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sabato, 17 maggio 2008

Zeroville


copj13.asp

1.

La testa rasata di Vikar è tatuata su un lobo destro e su uno sinistro del cranio. Un lobo è occupato dal primo piano ravvicinato di Elizabeth Taylor e l'altro da quello di Montgomery Clift, i volti che quasi si sfiorano, le labbra che quasi si sfiorano, l'una tra le braccia dell'altro su una terrazza, le due persone più belle nella storia del cinema, lei la versione femminile di lui e lui quella maschile di lei.


Zeroville di Steve Erickson, che ho tradotto con l'ausilio della preziosa consulenza cinematografica di Andrea Bruni, alias Contenebbia, è in libreria.

Dalla mia postfazione, un brano dell'intervista che ho fatto a Steve Erickson:

(....)
A un certo punto del lavoro di traduzione abbiamo pensato che forse includere una lista di tutti i film direttamente o indirettamente citati nel romanzo avrebbe avuto un senso, per i lettori italiani; abbiamo tenuto lì quest’idea, senza però prenderla troppo sul serio, perché c’era anche una spinta che andava nella direzione opposta: Zeroville è un romanzo che parla della potenza del mondo onirico, una potenza capace di deformare la percezione della realtà, chissà, forse anche di plasmarla, e Steve Erickson è uno scrittore che niente ha di didattico. Così, ho pensato di domandarlo a lui, cosa ne pensasse di questo embrione d’idea, e già che c’ero gli ho chiesto anche altre cose. Questa, con qualche taglio, è la lettera che mi ha scritto.

(…) In effetti, a un certo punto, quando il libro stava per essere pubblicato negli Stati Uniti, a qualcuno era venuta l’idea di includere una lista di films alla fine del romanzo. E come giustamente avete sospettato, io ero contrario. Ero contrario perché in fondo, l’elemento più importante di questa storia è il suo protagonista: Vikar, e la sua ossessione per il cinema, che modella la sua visione del mondo e viceversa. E poi, io volevo che il lettore vedesse i films allo stesso modo in cui li vede Vikar, e per Vikar, i titoli non sono importanti. Per Vikar, il Cinema si fonde con la ‘realtà’, e le sale cinematografiche sono come fermate nel suo viaggio attraverso quel mondo. Come indubbiamente saprai anche tu, quello che uno scrittore non rivela è altrettanto importante di quello che invece svela. Quindi vi prego di non includere quella sorta di glossario al quale avevate pensato. Credo fortemente che servirebbe solo a spezzare l’incantesimo del romanzo, e a distruggere la sua aura misteriosa.(…)

Steve Erickson, marzo 2008

Uno stralcio della postfazione di Andrea, qui.

www.steveerickson.org/

postato da: ghiaccioblu alle ore 10:50 | link | commenti (8)
categorie: libri, traduzioni, cinema
martedì, 01 aprile 2008

Clear

barker8L'evidenza dei fatti, di Nicola Barker (uscito da pochi giorni per Sartorio Editore) è un libro stratificato, complesso. Mentre lo traducevo, due anni fa, capitavano momenti di smarrimento. Un libro che parla di altri libri, intessuto di rimandi, a tratti faticoso, con questo continuo rivolgersi al lettore: ehi, mi stai ascoltando? E' a te che parlo! Come traduttrice, non sapevo se stare dalla parte del lettore o dalla sua. Alle volte ci parlavo, con la voce narrante, e gli dicevo: senti, piantala di rompere, sta' un po' zitto, tu e quel tuo mago di merda! Il mago in questione è David Blaine, personaggio controverso e inquietante. Reale, nel senso che non è il personaggio inventato di un romanzo, ma esiste davvero. Grande amico di quel formidabile talento (genio lo uso solo per i morti) di Harmony Korine. E le pagine che amo di più, di questo romanzo, sono forse quelle nelle quali si parla di questa amicizia e dello strettissimo legame che c'è tra le performances di Blaine e il modo di intendere il cinema di Korine, oltre che quelle che sottolineano la vicinanza tra la performance londinese del mago (Above the below - 44 giorni appeso dentro una scatola di plexiglass sul Tower Bridge, a Londra, senza mangiare, in piena vista- sul sito di Blaine c'è un video) e lo straordinario racconto di Kafka, Un artista della fame (tradotto anche Un artista alla fame, o Un digiunatore). Di Nicola Barker mi ero innamorata leggendo per caso un altro suo romanzo pubblicato in italia da Fazi nel 2001, Disarmati. Un libro enigmatico, di quelli che ti entrano sotto pelle e dentro i sogni, personaggi ai limiti della follia e dell'autismo, ma straordinariamente umani, vicini. E così, sono stata contenta di tradurre questo, sia pur tanto diverso, L'evidenza dei fatti, il cui titolo originale è Clear. Trasparente. Trasparente come la scatola dentro la quale sta appeso il mago. Trasparente come l'informazione ci vuol far credere di essere. Eccolo qua, quello che io credo sia il tema di fondo di questo libro: trasparenza, verità, ciò che si mostra e ciò che si cela. La contemporaneità è continua esibizione: tutti sanno tutto, tutti vedono tutto e dunque tutto giudicano e tutto credono di sapere. Ma cos'è, davvero, quello che credono di sapere? Cos'è, davvero, quello che crediamo di sapere? E ancora, siamo sicuri che se pure ci trovassimo  la nuda verità sotto il naso sapremmo riconoscerla come tale o non la confonderemmo con le balle? Perle e immondizia, mescolate come sono, dopo un po' non si riescono più a distinguere. E in ogni caso, la verità, se pure riuscissimo a scovarla, a cosa ci servirebbe?

Qui, una recensione.

P.S. Per chi non avesse avuto la pazienza di andare al link con la biografia, Nicola Barker è una donna, e immagino sia molto affascinata -anche io lo sono- dai ponti.

postato da: ghiaccioblu alle ore 13:18 | link | commenti (1)
categorie: traduzioni
giovedì, 01 novembre 2007


placeinthesun                                     Montgomery Clift e Elizabeth Taylor in A place in the sun, di George Stevens


Lui ha la testa rasata a zero, e sul suo cranio c'è un tatuaggio: i volti di Montgomery Clift e Elizabeth Taylor che quasi si sfiorano. Sono su una terrazza e il film è Un posto al sole di George Stevens. Lui parla poco. Lui crede che il Cinema sia Dio. Lui si chiama Vikar, e qualcuno lo chiama 'vicario'. Lui mi costringe a vedere tutti i films americani degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta e inizio Sessanta che non ho visto o che non ricordo più tanto bene. George Stevens, appunto. E Howard Hawks. Robert Aldrich. John Houston. Mi ha ridotta a sognare in bianco e nero. A intercalare i miei discorsi, a sproposito, con le battute di Bette Davis in Now, Voyager. Non ho ancora capito se è buono o cattivo. Se è solo un disadattato o uno psicopatico. Lui mi lega alla sedia, mi intima di tenere gli occhi spalancati sullo schermo del computer. Mi fa dei quiz sadici, raccontandomi scene a metà e pretendendo che io le riconosca al volo: Titolo, regista, anno? Forza, rispondi. Ieri sera l'ho tradito, e con l'inganno sono andata al cinema a vedere Un'altra giovinezza di Francis Ford Coppola. Mi ha fatto sentire in colpa tutto il tempo, il bastardo, anche se come al solito non ha detto niente, si è limitato a guardarmi con la sua faccia truce. Però aveva ragione lui, naturalmente: me ne fossi stata a casa a guardarmi Un bacio e una pistola di Aldrich non mi sarebbe venuta l'acidità di stomaco. E non avrei sognato in babilonese.

Lui, Vikar, è il protagonista del romanzo di Steve Erickson che sto traducendo.

(Per fortuna, da qualche parte c'è il Conte, che nei momenti di ansia da prestazione posso sempre consultare come un'enciclopedia vivente del Cinema di tutti i tempi e di tutte le latitudini.)

postato da: ghiaccioblu alle ore 11:13 | link | commenti
categorie: traduzioni, cinema, privato