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venerdì, 16 maggio 2008

che ci faccio qui?


fiordo
Atterrando all'aereoporto di Reykjavik, l'altro ieri, ho scoperto che i miei occhi avevano dimenticato il colore dell'erba. Atterrando ad Amsterdaam, ieri, ho scoperto che avevano dimenticato anche le tangenziali, le autostrade, i camion e le automobili. Avevo dimenticato anche i portici di Bologna, i gas di scarico, le anoressiche travestite da veline e i burini travestiti da tronisti, il vaudeville con sfumature tragiche della politica (?) italiana, lo schifo di quella che chiamamo 'informazione'. Là dov'ero, c'erano solo il ghiaccio, la neve, l'ululato dei cani e quello degli ubriachi, un'infelicità diffusa che ha riempito il mio cuore di tristezza. 'Il mondo non è un panorama', pensavo; le bellezza naturali di un luogo non possono compensare in alcun modo, per quanto mi riguarda, la sofferenza degli esseri umani che lo abitano. Io oggi cammino per le strade di quella che dovrebbe essere la mia città, due giorni fa camminavo sulle uniche tre strade di Tasiilaq. Sono confusa. Un mese come un anno. Non comprendo la lingua dei quotidiani, quella dei tg, non ho la forza di mettermi al passo -come si usa dire con orrenda espressione- leggere le email, andare a visitare un blog. Devo resettare il mio orologio interno. Capire cosa ci faccio qui.

isole di ghiacciotasillaq neve
postato da: ghiaccioblu alle ore 14:13 | link | commenti (10)
categorie: viaggi, tempo, privato
domenica, 30 marzo 2008

Inverno

L'inverno provoca in noi curiose opposizioni. Per quanto possa apparire minacciosa, una parete di neve fa da protezione alla nostra psiche vacillante. Tutto questo freddo ha un effetto anestetizzante: il battito cardiaco rallenta e la coltre di neve induce al sonno... L'inverno ha il cranio levigato e ogni nostro slittamento sul ghiaccio nero è cerebrale....Ridotti alla cecità dalla neve, scegliamo cosa vedere e sentire mentre il dolore si cancella da solo. All'asfissia e all'ignoranza si accompagna però anche il rinnovamento: neve sugli zigomi arrossati e una forma incontaminata di pensiero... D'inverno, la coscienza somiglia a un'acquaforte.

Gretel Ehrlich, L'incanto degli spazi aperti


Mentre qui sbocciano i primi fiori, il cielo smette quella sua cappa grigia opprimente e fa sventolare colori sulla pianura, io sto con la testa china su mappe di ghiaccio. Niente strade, niente sentieri, solo crepacci e distese di neve che ogni tre passi cambia consistenza e dunque nome. Tra poco parto. Manca ancora una parte di attrezzatura e il vecchio trolley blu non è in grado di contenere tutta quella roba. A Gennaio sono partita per l'Africa con un paio di desert boots, un costume e tre magliette e invece adesso, in valigia, tute termiche e moffole, calzettoni di lana e maglie di pile. Leggo i diari di Knud Rasmussen e chiudo gli occhi quando la spedizione, affamata, è costretta ad uccidere uno dei cani della muta da slitta per cibarsi. Leggo di riscaldamento globale, di carotaggi del ghiaccio, di navi e uomini scomparsi nel nulla bianco, di sciamani inuit e di caccia alle balene.

Arriva la primavera, e io cammino all'indietro, verso il cuore dell'inverno.
postato da: ghiaccioblu alle ore 13:30 | link | commenti (2)
categorie: viaggi, tempo, privato
giovedì, 31 gennaio 2008

Non è metafora



P1010074Non è metafora sentire l'influenza dei morti sul mondo, proprio come non è metafora sentire il cronometro al carbonio 14, il contatore Geiger che amplifica il debole respiro della roccia, vecchia di cinquantamila anni. Non è metafora essere testimoni della stupefacente fedeltà dei minerali magnetizzati, che anche dopo centinaia di milioni di anni puntano sempre verso il polo magnetico....Possiamo desiderare ardentemente un luogo; ma anche i luoghi desiderano. La memoria umana è codificata nelle correnti d'aria e in ciò che sedimenta sul fondo dei fiumi. I fiocchi di cenere attendono di essere raccolti, le vite di essere ricostruite.

Anne Michaels, In fuga

Auschwitz I, il 27 gennaio era pieno di gente: scolaresche affollate in spazi angusti, in fila per uno nei sotterranei, ammassate davanti alle reliquie custodite dietro enormi teche di vetro, concentrate a guardare le installazioni dell'orrore: una montagna di capelli ingrigiti dal tempo, e poi scarpe, migliaia di scarpe, da donna, da uomo, da bambino, e protesi, busti ortopedici, occhiali, spazzole, catini, valigie. Qualcuno piange davanti ai vestitini dei bambini, qualcuno davanti ai capelli tagliati, qualcun'altro davanti al muro delle fucilazioni.  Auschwitz I è una cittadina di mattoni rossi, è un Museo della Memoria. Fuori dalle finestre, il cielo bianco e un vento gelido. Io non piango. Non sento niente. Guardo. Ascolto. Prendo appunti mentali. Auschwitz II- Birkenau, invece, è la fabbrica della morte. Il binario che arriva dentro il campo. I resti delle baracche, quelli dei crematori. Una gigantesca, ordinata, efficiente fabbrica della morte che dà l'idea di un'organizzazione perfetta, ritmicamente inappuntabile. La nostra guida, Margherita, è un'insegnante polacca che parla benissimo italiano, è appassionata, emotiva. E' brava, ma io non la ascolto, dopo un po', non la ascolto più. Mi stacco dal gruppo, faccio silenzio dentro. Auschwitz II- Birkenau è l'assurdo. L'irreale. Per qualche minuto mi attraversa un ombra gelata. Il pensiero che tutto questo sia stato davvero, come sostengono certi negazionisti, esagerato, addirittura inventato. Sì, penso, Birkenau è un inferno freddo ideato e messo in scena da un artista sfrenato e geniale. Birkenau non può essere un luogo della realtà. E' un'astrazione. Qualcuno piange davanti ai resti delle camere a gas. Molti si commuovono nella baracca dei bambini, con i disegni affrescati sul muro. Altri crollano alla baracca con l'ospedale delle donne dove si aspettava solo di morire e dove i corpi, quando non si riusciva a smaltirli in fretta, rimanevano accatastati all'aperto, sulla terra nuda, protetti allo sguardo da alti muri rossi, mentre Margherita racconta l'immagine descritta nel libro di una sopravvissuta, quella di una bambina dagli occhi vuoti che accarezza i capelli della madre ormai quasi morta. Io sono ancora nel boschetto, da sola. C'è un tabellone con una fotografia sfocata, storta, una delle tre foto di Auschwitz scattate di nascosto dai prigionieri e che sono arrivate fino a noi. Una fila di donne sotto questi stessi alberi, nude, in movimento. Stanno per essere condotte alla camera a gas. E' il Crematorium V. All'ombra di questi alberi, in questo posto perfetto per una domenica di festa, per un pic nic all'aperto, donne, vecchi e bambini aspettavano il loro turno, senza sapere per cosa. C'è silenzio, un sole pallido che scalda appena la schiena, l'erba troppo verde, il fruscio delle foglie. Il senso d'irrealtà ha la meglio, e insieme al freddo mi intorpidisce le dita, e tutto il resto.

boschettoBN
postato da: ghiaccioblu alle ore 12:02 | link | commenti (9)
categorie: viaggi, scrivere, storie, memoria, tempo, silenzio, identità
martedì, 22 gennaio 2008

sulla strada

Il reportage, Sulla strada, L'Italia delle vie provinciali con il mio testo e le foto di Samuele Pellecchia è uscito sul numero 3-2008 di Panorama e si può scaricare dal sito previa registrazione on-line. la versione pubblicata è di 5.000 battute, quella che incollo di seguito è l'originale, di 13.000.

La fame insaziabile delle strade

Un quadrilatero di strade statali tra Emilia Romagna, Veneto e ritorno: questi non sono i posti adatti per una gita, nonostante un tratto del percorso, la Strada Romea o Statale 309 - secondo una statistica dell’ACI del 2007 al quarto posto tra le strade più pericolose d’Italia -coincida con l’antica Romea sulla quale viaggiavano a piedi i pellegrini cristiani per raggiungere le tombe degli apostoli a Roma, toccando nel viaggio importanti centri spirituali come l’abbazia di Pomposa vicina a Comacchio. Adesso queste strade sono esclusivamente le rotte dei mercanti motorizzati. Oggi siamo in due, lui fotografa e io prendo appunti, non ci siamo mai incontrati prima d’ora e adesso siamo qui, dentro una micra nera senza lettore cd, la sua, e partiamo per andare a a guardare un pezzo d’Italia, uno di quei pezzi d’Italia, e di mondo, che centinaia di migliaia di persone attraversano avanti e indietro tutti i giorni senza forse prestargli poi troppa attenzione. Siamo appena partiti dall’autostazione di Bologna, e abbiamo appena imboccato la statale 64, La Ferrarese, che corre parallela all’autostrada e già siamo fermi, al contrario degli altri, di tutti quelli che corrono lungo questa strada sulla quale non c’è alcun motivo di fermarsi, perché le strade servono ad andare, a trasportare, a muoversi, non c’è tempo per le soste, e ai margini c’è la terra di nessuno. O almeno sembra, perché se poi davvero ci si ferma, allora è un’altra storia. Dalla SS 64 via Ferrara, Rovigo, Ravenna, Rimini, alla Statale 9, la famosa Via Emilia. Cantieri da tutte le parti, alcuni in attività, ma la grande maggioranza chissà perché, fermi, con le gru immobili che si stagliano contro il cielo come mostruosi dinosauri mummificati e le impalcature deserte. Marciapiedi, rotatorie, nuovi svincoli, villette, palazzi, centri commerciali, capannoni industriali, case coloniche in rovina; i paesi, sulle statali che percorriamo, assomigliano a grumi di catarro sputati sulla strada ogni tot chilometri, in questo periodo ci sono ancora spaventosi Babbi Natale fantoccio che si arrampicano sulle facciate di tutte queste orribili casette giallo acido e verde vomito, presepi di paese chiusi dietro pareti di plexiglass, e le strade invase di camion, furgoni, corriere, automobili sparate a 13O all'ora. La pianura è una cicatrice unica, come un corpo devastato da una guerra mai dichiarata ufficialmente. Case in rovina, abbandonate, l’edera che si mangia tutto, gli alberi nudi, oltre le rovine, la strada, i camion e il loro ringhio costante. Se una volta abitare lungo una strada era un privilegio, adesso è una disgrazia, lungo le strade ad alta percorrenza ci abitano solo i poveri, i vecchi, gli extracomunitari. A Lovoleto, villette a schiera rosa e bianche che sembrano carceri, oppure ospedali, cubicoli di cemento con inferriate dappertutto, e poi cancellate, palizzate, reti. Quartieri residenziali e cimiteri sembrano disegnati e concepiti da un’unica mano geometrile, la città dei vivi e quella dei morti escono dallo stesso studio di progettazione.
postato da: ghiaccioblu alle ore 12:55 | link | commenti (8)
categorie: storie, articoli, tempo, territorio
sabato, 05 gennaio 2008

In principio era un fiume. Il fiume diventò una strada, e la strada estese le sue ramificazioni sul mondo. E giacché, un tempo, la strada era stata fiume, la sua fame era insaziabile.

Ben Okri, La via della fame

E’ così che ho pensato: il mondo. Longitudini, latitudini, i nomi dei paesi, delle strade, dei fiumi, quelli della gente, i volti, i gesti. I corpi, soprattutto i corpi. Le caratteristiche di ognuno, il colore, i difetti, le ferite, le storie incise sulla pelle, scolpite nelle ossa. L’ho bruciato, quel biglietto, nel fuoco della mezzanotte, traghetto tra l’anno vecchio e il nuovo. L’hanno fatto tutti quanti, sedici persone che affidano al fuoco la paura e la speranza. Una convenzione. Ma anche di questo, siamo fatti: convenzioni, definizioni, parole che usiamo per separare, discernere, scegliere. Questo di qua, l’altro di là. Umani, abbiamo bisogno di categorie e di nomi che le identifichino, queste convenzioni. Sequenze di suoni, lettere. E poi, simboli. Gesti rituali. Per anni ho avuto paura. Paura di tutto. Paura della gente, degli sguardi, delle parole, paura degli aerei, dei treni, delle strade, dell’aria e dell’acqua. Paura di aver paura, soprattutto. Di non essere in grado di affrontare la complessità delle cose che ti si rovesciano addosso non appena abbandoni lo scudo e lo fai scivolare a scoprire i punti sensibili. Poi succede, la presa viene meno anche se non vuoi, la copertura svanisce e sei lì, nudo, esposto, aperto, vulnerabile. E scopri che niente di terribile può accadere, se non la vita, che appunto terribile lo è spesso, ma se sei vivo, vuol dire che comunque puoi sopportarla. Tra quattro giorni, un treno, tre aerei, un elicottero, un traghetto, una jeep e un posto che non conosco. So che ci sono le palme sulla spiaggia di Lakka. So che ci sono i bambini e i ragazzi della scuola di Saint Michaels. So che ci sono i barracuda, le zanzare, e i fantasmi di una guerra. So che del krio, un misto di inglese e dialetti africani non capirò una sillaba. So che due settimane fa, nel centro di Freetown, c’è stata un'esplosione e pare siano morte almeno 17 persone. Disordini a Koidu, nelle miniere di diamanti, due i morti ufficiali. E nient’altro è dato sapere, da qui. Ma insomma. Se vince la paura, si rinuncia a tutto. E non si può. Mi porto una manciata di taccuini, le matite, le penne, una macchina fotografica digitale grande come un pacchetto di sigarette. E soprattutto porto gli occhi, le orecchie, le mani, le gambe, il cuore. I viaggi cominciano molto prima degli autobus, degli aerei, degli elicotteri, delle navi, dei piedi. I viaggi, e quindi le strade, cominciano dentro la testa. E lì che ci si deve spostare, altrimenti, niente si muove. Scriverò da là, appena riesco. Nel frattempo, auguro a tutti quelli che per caso passano di qui, un 2008 di energia e di coraggio, per tutte le cose a cui tengono. E’ lo stesso augurio che faccio a me stessa.
postato da: ghiaccioblu alle ore 18:29 | link | commenti (3)
categorie: viaggi, scrivere, tempo, privato, corpo