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mercoledì, 02 luglio 2008

Silenzio


Nella mente del principiante ci sono molte possibilità; nella mente dell’esperto ce ne sono poche.”

Suzuki Roshi, Zen Mind, Beginner’s Mind


Questo blog fa una pausa estiva. Un arrivederci a tutti quelli che sono passati e che passano di qui.
postato da: ghiaccioblu alle ore 20:21 | link | commenti (8)
categorie: scrivere, silenzio, privato
martedì, 17 giugno 2008

Frontiere, e Agota Kristof


Su Repubblica di oggi, un articolo di Giovanni Maria Bellu: Quel cimitero nel canale di Sicilia. "Diecimila annegati in 10 anni: "Secondo i dati dell'Alto Commissariato, a un quinto dei migranti che giungono in Italia via mare vengono riconosciuti l'asilo politico o la protezione umanitaria. Cioè non sono "clandestini". Ma questo lo si scopre nel momento in cui arrivano. Quando i più fortunati possono raccontare la loro storia."

Leggendo questo pezzo, mi è venuto in mente un racconto di Agota Kristof -Casa mia- contenuto nella raccolta di racconti La vendetta, Einaudi L’Arcipelago, e mi sono ricordata che ne avevo scritto per Liberazione. Ecco il pezzo.


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Ne Il grande quaderno, uno dei tre romanzi che compongono La trilogia della città di K di Agota Kristof, i gemelli Lucas e Claus, nei loro esercizi di composizione scrivevano: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti. Era una lezione di scrittura e una lezione di vita. Dura, certo. Forse per molti inaccettabile. Ma quando a 21 anni oltrepassi una Frontiera– che non potrai mai più riattraversare- con una bambina di quattro mesi al collo, per approdare a un luogo nel quale non conosci nessuno e del quale non conosci la lingua, e poi a una fabbrica dove lavori per otto ore al giorno ad assemblare meccanismi di orologi, non c’è molto altro da fare che elaborare una strategia di distanziamento, qualcosa che ti permetta almeno di non andare a pezzi. Non hai più un Paese, né una comunità nella quale riconoscerti: la gran parte degli amici che come te hanno attraversato la Frontiera infatti non reggono, si suicidano, spariscono. Tu resti, resisti. Ma non hai più una lingua. Il mondo parla intorno a te e tu non capisci cosa dice. Nessun libro ti parla, non hai nemmeno questa consolazione. E allora impari a osservare, e a farlo con il maggior distacco possibile. E impari che in fondo, non fa poi tanta differenza: che cosa? Niente. L’amore, l’odio, la speranza, la disperazione, è tutto grigio, tutto uguale. C’est egal è il titolo francese della raccolta di racconti di Agota Kristof che Einaudi manda in libreria con il titolo La vendetta e che non disattendono quella durissima lezione di distanziamento enunciata all’inizio. Scritti negli anni Settanta - prima di dedicarsi a quella che resterà probabilmente l’opera della sua vita, la Trilogia- sono venticinque racconti brevi, secchi, affilati, stralunati, sarcastici. Cinque aggettivi per descrivere un libro, e una scrittura, dai quali gli aggettivi sono banditi. I personaggi di queste 25 storie non hanno nome, non hanno volti delineati, non sono personaggi in senso classico, sono voci, voci dall’esilio. Il tema che lega tutti gli scritti di Agota Kristof d’altra parte è questo, non può essercene un altro, visto che la storia della ragazza che attraversa la frontiera per non fare mai più ritorno nel suo paese d’origine è la sua storia. ( E la scrittrice la racconta in un altro piccolo testo uscito di recente con il titolo L’analfabeta edizioni Casagrande). Esilio, e dunque solitudine, e la sensazione- la certezza- di non avere più una patria in nessun luogo. Lettere che non arrivano, telefonate che arrivano ma ai numeri sbagliati, la nostalgia insanabile per un piccolo paese senza nome, la morte di un operaio, l’attesa di una vita diversa che non arriverà mai. Le storie si svolgono verosimilmente in Svizzera, Paese nel quale la Kristof vive da 40 anni, e i protagonisti potrebbero essere svizzeri, oppure ungheresi, come lei, ma mentre li leggevo, io immaginavo anche rumeni, slavi, albanesi, africani. Immaginavo queste storie di esilio e di distacco e di impossibilità di integrazione vera, profonda,  visualizzando i volti degli stranieri che incontro ogni giorno al supermercato, alla fermata dell’autobus, in treno, i volti delle tante ragazze –slave, sudamericane, africane- che di notte, e sempre più spesso di pomeriggio, affollano i viali delle nostre città, gli snodi delle tangenziali, le strade provinciali. Questo mare infinito di gente che mi vive di fianco e del quale so così poco.

Sarà in questa o in un’altra vita?
Tornerò a casa. (...)
E sotto le mie palpebre, scorreranno le immagini di quel brutto sogno che fu la mia vita.
Ma non mi faranno più male.
Sarò a casa mia, sola, vecchia e felice
(...).”


Liberazione, marzo 2005

postato da: ghiaccioblu alle ore 13:53 | link | commenti (5)
categorie: libri, storie, silenzio, polemica, archivio, migrazione
lunedì, 04 febbraio 2008

Verso Nord


Difficile diventare adulti se non si fa un viaggio da soli. È un modo per superare la paura dell'altro e anche di se stessi, in cui ci si trova a fronteggiare la nostalgia, si arriva alla riscoperta delle radici. Finchè non fai un viaggio da solo non impari a rapportarti con gli altri: chi si presenta da solo è più inerme, ma viene anche accolto meglio dalle persone che si incontrano.


Paolo Rumiz

Tra un mese parto di nuovo, e come succede spesso nella vita, i programmi cambiano e cambiano le rotte. Il Nord rimane, ma è un Nord più estremo di quello che immaginavo, e anche la mia condizione sarà più estrema, perché partirò da sola. L'unica vera angoscia è il fantasma delle elezioni, visto che potrei non essere qui quando sarà il momento di andare a votare. Però, questo è il viaggio che aspetto da quando avevo sette anni e scrivevo quello che pomposamente, ma in solitudine, chiamavo il mio primo romanzo, e che, oggi come allora, aveva ed ha a che fare con il senso del mio scrivere, con il silenzio, la solitudine, l'avventura.

Leggere queste righe di Rumiz mi ha liberata della paura perché lo so benissimo, e da sempre, che è proprio quando si è inermi, arresi, che si ricevono i doni migliori.


postato da: ghiaccioblu alle ore 16:55 | link | commenti (15)
categorie: viaggi, scrivere, silenzio, privato, solitudine
giovedì, 31 gennaio 2008

Non è metafora



P1010074Non è metafora sentire l'influenza dei morti sul mondo, proprio come non è metafora sentire il cronometro al carbonio 14, il contatore Geiger che amplifica il debole respiro della roccia, vecchia di cinquantamila anni. Non è metafora essere testimoni della stupefacente fedeltà dei minerali magnetizzati, che anche dopo centinaia di milioni di anni puntano sempre verso il polo magnetico....Possiamo desiderare ardentemente un luogo; ma anche i luoghi desiderano. La memoria umana è codificata nelle correnti d'aria e in ciò che sedimenta sul fondo dei fiumi. I fiocchi di cenere attendono di essere raccolti, le vite di essere ricostruite.

Anne Michaels, In fuga

Auschwitz I, il 27 gennaio era pieno di gente: scolaresche affollate in spazi angusti, in fila per uno nei sotterranei, ammassate davanti alle reliquie custodite dietro enormi teche di vetro, concentrate a guardare le installazioni dell'orrore: una montagna di capelli ingrigiti dal tempo, e poi scarpe, migliaia di scarpe, da donna, da uomo, da bambino, e protesi, busti ortopedici, occhiali, spazzole, catini, valigie. Qualcuno piange davanti ai vestitini dei bambini, qualcuno davanti ai capelli tagliati, qualcun'altro davanti al muro delle fucilazioni.  Auschwitz I è una cittadina di mattoni rossi, è un Museo della Memoria. Fuori dalle finestre, il cielo bianco e un vento gelido. Io non piango. Non sento niente. Guardo. Ascolto. Prendo appunti mentali. Auschwitz II- Birkenau, invece, è la fabbrica della morte. Il binario che arriva dentro il campo. I resti delle baracche, quelli dei crematori. Una gigantesca, ordinata, efficiente fabbrica della morte che dà l'idea di un'organizzazione perfetta, ritmicamente inappuntabile. La nostra guida, Margherita, è un'insegnante polacca che parla benissimo italiano, è appassionata, emotiva. E' brava, ma io non la ascolto, dopo un po', non la ascolto più. Mi stacco dal gruppo, faccio silenzio dentro. Auschwitz II- Birkenau è l'assurdo. L'irreale. Per qualche minuto mi attraversa un ombra gelata. Il pensiero che tutto questo sia stato davvero, come sostengono certi negazionisti, esagerato, addirittura inventato. Sì, penso, Birkenau è un inferno freddo ideato e messo in scena da un artista sfrenato e geniale. Birkenau non può essere un luogo della realtà. E' un'astrazione. Qualcuno piange davanti ai resti delle camere a gas. Molti si commuovono nella baracca dei bambini, con i disegni affrescati sul muro. Altri crollano alla baracca con l'ospedale delle donne dove si aspettava solo di morire e dove i corpi, quando non si riusciva a smaltirli in fretta, rimanevano accatastati all'aperto, sulla terra nuda, protetti allo sguardo da alti muri rossi, mentre Margherita racconta l'immagine descritta nel libro di una sopravvissuta, quella di una bambina dagli occhi vuoti che accarezza i capelli della madre ormai quasi morta. Io sono ancora nel boschetto, da sola. C'è un tabellone con una fotografia sfocata, storta, una delle tre foto di Auschwitz scattate di nascosto dai prigionieri e che sono arrivate fino a noi. Una fila di donne sotto questi stessi alberi, nude, in movimento. Stanno per essere condotte alla camera a gas. E' il Crematorium V. All'ombra di questi alberi, in questo posto perfetto per una domenica di festa, per un pic nic all'aperto, donne, vecchi e bambini aspettavano il loro turno, senza sapere per cosa. C'è silenzio, un sole pallido che scalda appena la schiena, l'erba troppo verde, il fruscio delle foglie. Il senso d'irrealtà ha la meglio, e insieme al freddo mi intorpidisce le dita, e tutto il resto.

boschettoBN
postato da: ghiaccioblu alle ore 12:02 | link | commenti (9)
categorie: viaggi, scrivere, storie, memoria, tempo, silenzio, identità
venerdì, 14 dicembre 2007

lago              Lago di pratignano, foto di P.


Forse, come alcuni amano sentirsi parlare, io amo sentirmi scrivere?

Ludwig Wittgenstein, Movimenti del pensiero, Diari

Via, nell'eremo, per tre giorni. Niente rete, niente telefono, niente cellulare. Una pila di libri, una di taccuini, un dizionario, tre ricette da sperimentare nelle pause della traduzione che sto per finire. Spero in una tempesta. Ho voglia di bianco, e di quel silenzio particolare che scivola sulle cose insieme alla neve. Un silenzio che assomiglia a quello che si produce a volte - volte benedette- dentro la testa, mentre si scrive.
postato da: ghiaccioblu alle ore 11:15 | link | commenti (25)
categorie: citazioni, scrivere, silenzio, privato, solitudine