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mercoledì, 19 dicembre 2007

Qualche anno fa ero nella sala di un cinema romagnolo insieme a C. Il film era Il sesto senso.  Più o meno a metà della proiezione mi voltai verso di lui e gli sussurrai: allora, hai capito? Lui voltò la testa verso di me per una frazione di secondo: no, zitta, mi intimò. E io mi tappai la bocca, indispettita. La verità era che volevo vendicarmi. Vendicarmi perché qualche giorno prima avevo fatto il terribile errore di leggere una recensione al film uscita su La Stampa, a firma della signora Lietta Tornabuoni, che raccontava per filo e segno la trama del film, colpo di scena finale compreso. Da allora, ho smesso del tutto di leggere le recensioni. Prima le leggevo a volo d'uccello, con gli occhi strizzati, perché lo sapevo già che dicono sempre qualcosa che non dovrebbero dire, dopo ho smesso di fidarmi del tutto. Le evito e basta. Continuando però a domandarmi questa cosa: i recensori lo sanno oppure no che il senso di una storia sta nella storia stessa? Che quello che un lettore- o uno spettatore- vuole è immergersi in una narrazione ed essere trasportato, secondo i ritmi e i modi che l'autore ha scelto, dentro un universo parallelo? Un universo in cui i fatti, i dettagli, le sfumature, si svelano un poco alla volta secondo una logica che deve essere rispettata? E allora la domanda è: lo fanno apposta? E' un gesto di spregio nei confronti dell'autore che recensiscono? Un modo secondo loro elegante di fargli sapere che il suo lavoro non vale un cazzo? Oppure è semplice ottusità? O ancora, è il modo che hanno per cercare di far notare che sono dei gran manici e che hanno capito tutto e che una macchina narrativa se vuoi la smonti in due righe? Forse, tutte queste cose insieme. Io ci aggiungo che questo modo di recensire è offensivo nei confronti di lettori e spettatori. Questo perché ieri su La Repubblica è uscita mezza pagina di recensione su SP3 che mi ha intristita. Perché non dice quasi niente del libro e dice troppo della trama. Fosse anche uno solo il potenziale lettore al quale il romanzo poteva dire qualcosa, se l'ha letta ora non gliela dirà più. E' triste.Triste perché le storie dovrebbero essere lasciate andare come si lasciano andare i palloncini. Le storie non vanno smontate, non vanno spiegate, non vanno dissezionate come fossero cadaveri su un tavolo per le autopsie. Perché le storie sono organismi. Se le operi senza anestesia, le ammazzi.
postato da: ghiaccioblu alle ore 09:26 | link | commenti (4)
categorie: recensioni, storie, polemica
venerdì, 12 ottobre 2007


copertina1
L’ora dell’incontro
Di Giampiero Rigosi
Einaudi Stile Libero Big



Qual è l’incontro evocato fin dal titolo di questo bellissimo romanzo di Giampiero Rigosi? E’ già avvenuto oppure deve ancora avvenire? E chi deve incontrarsi con chi? E’ Clara, la protagonista del romanzo, che deve incontrare qualcuno? Oppure, l’incontro che il lettore attende è quello di un’anima –qualunque cosa essa sia- con se stessa?
L’ora dell’incontro si apre con molti interrogativi che sbocciano uno dopo l’altro, aprendo molte strade, come accade nei romanzi noir. Anche se questo, lo si capisce fin da subito, non è un noir in senso classico, non ci sono omicidi, non ci sono sparatorie, non ci sono intrighi, ci sono vite semplici, all’apparenza normalissime, ciascuna con un carico di dolore notevole -quello di tutte le vite forse- e con una domanda aperta sulla capacità di mettersi in gioco davvero, di rischiare. Perché una giovane madre separata con bambino difficile a carico decide di mettersi a pedinare un uomo che non conosce? Che rapporto c’era tra Teresa, una conoscente di Clara, e il dottor Palmieri? Il dr Palmieri è un medico, un oncologo, e Clara fa un lavoro d’ufficio, ha da poco passato i quarant’anni, è separata ed è alle prese con un bambino, Jacopo, ai limiti dell’autismo, che si ostina a rifiutare la carne. Ha una madre anziana che ormai quasi non la riconosce, che regredisce un giorno dopo l’altro a uno stadio infantile, perduta nella sua memoria che si disgrega come una bambina nel bosco. E di questa madre, come spesso accade alle figlie femmine, Clara deve occuparsene da sola, dal momento che il fratello Paolo, musicista, è quasi sempre in giro per il mondo a tenere concerti, o chiuso in casa a comporre. Clara fa brutti sogni, e li trascrive su un taccuino, incubi in cui onde d’acqua gigantesche la inseguono o animali feroci la sbranano. E’ una donna come centinaia di donne, Clara, la sua vita come centinaia di vite, niente traumi particolari, niente terribili storie alle spalle, eppure sembra esserci uno strano dolore dentro di lei, qualcosa di pietrificato, che non sa sciogliersi. La vita di Clara è immobile, come il suo cuore, sconosciuto a se stesso. Forse, per trovare la forza di cambiare potrebbe essere necessario trasformarsi in un’altra donna. Provare a diventare qualcun altro. L’occasione gliela offre quel medico, il dottor Palmieri, uomo misterioso che pare abbia avuto uno strano legame con una donna poi morta per via di un tumore. E forse non solo con lei. Per scoprire la natura di quel legame, per scoprire qualcosa di inafferrabile che ha a che fare con il dolore, e l’amore, Clara si trasforma in una strana specie di detective, è una donna a caccia, pronta al tutto per tutto, capace di usare il suo corpo in un modo sconvolgente, di piegarlo fino ad ottenere da lui ciò che le serve.

Premesso che ho sempre trovato irritante la distinzione tra scrittura maschile e femminile, quando ho letto il romanzo di Giampiero Rigosi mi sono ritrovata a pensare, mio malgrado, che una storia come questa, personaggi come questi, sembravano essere nati dall’immaginazione e dalla sensibilità di una donna. Forse perché di scrittori maschi davvero capaci di raccontare la vita emotiva di una donna ce ne sono pochi. Forse perché gli scrittori maschi pensano sempre di dover costruire mondi grandiosi quando scrivono romanzi e non si accontentano di indagare ciò che hanno sotto gli occhi, tesi come sono al lontanissimo e all’invisibile. E ho provato una grande sorpresa, anche, ripensando agli altri libri che avevo letto di Rigosi, che ora si rivela uno scrittore difficile da inquadrare, capace di costruire trame serrate e nerissime, di virare al comico, e poi di partorire un libro del genere, che affronta con mano leggera ma impietosa temi fondamentali nella vita di tutti come la malattia, la vecchiaia, i rapporti famigliari. Poi mi è tornata in mente Leila, la protagonista di Notturno bus, (dal quale Davide Marengo ha tratto un bel film con Giovanna Mezzogiorno, Valerio Mastrandrea ed uno strepitoso Ennio Fantastichini, che è un noir comico e disperato al tempo stesso) e ho capito che in effetti, l’esplorazione del femminile era già cominciata allora, per Rigosi, e che il noir non poteva bastargli, che la sua mira era fin dall’inizio l’oscurità che si annida nel cuore di ogni essere umano in questo tempo sfilacciato, senza risposte e centri di gravità che è il nostro. E quale cuore può essere più interessante, più sfaccettato, più confuso e anche più palpitante che quello di una donna, una donna dei nostri tempi, che è spesso al tempo stesso una madre, una compagna, una donna che lavora, un’amante, costretta a mettere insieme tanti ruoli al punto che a volte rischia di non riconoscersi più in nessuno? Già i versi di Emily Dickinson in esergo al romanzo mi avevano messa in guardia: da qelle pagine potevo aspettarmi di tutto, e così è stato. Una specie di vortice emotivo che più volte nel corso della lettura mi ha fatto pensare ad autori antitetici eppure tenuti assieme come per miracolo da una scrittura precisa, ipnotica: l’Elena Ferrante dei Giorni dell’abbandono, il Patrick Manchette di tanti brevi, folgoranti e secchi romanzi noir, come Fatale, ad esempio, e poi Raymond Carver, con la sua attenzione ai dettagli della vita quotidiana, vividi, violenti, esasperati come in un quadro iperrealista. Anche Giampiero Rigosi ha una sensibilità esasperata nei confronti di ogni manifestazione della vita intima, riesce a cogliere la nota dolente di ogni esistenza, persino quella degli oggetti, e quello raccontato in queste pagine è un mondo di esseri dolenti, ciascuno col suo nocciolo segreto, incondivisibile, come in fondo siamo un po’ tutti, esseri alle prese con vite imperfette, con l’affanno dell’Occidente senza risposte che ci tritura un giorno dopo l’altro, ma allo stesso tempo, esseri che conservano intatta una scintilla, magari piccolissima, magari quasi invisibile e a un soffio dallo spegnersi, però  ancora forse capace di provare a fare un balzo in avanti, e uscire dal buio. Credo che questo sia un libro necessario, per tutti quelli – e immagino siano tanti- che si sentono intrappolati dentro il loro stesso cuore, e sentono il desiderio di una goccia calda che cominci a sciogliere la brina sul vetro.


PS Questa recensione - chiamiamola personalissima lettura- è stata pubblicata su Io donna -Corriere della Sera- di sabato scorso.
postato da: ghiaccioblu alle ore 09:50 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, libri