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sabato, 15 settembre 2007


jameshillmanLectio magistralis di James Hillman al Festival Filosofia di Modena, Piazza Grande, ieri, tre del pomeriggio, sole cocente che batte sulla testa dei tanti spettatori, qualcuno improvvisa un cappellino di carta con le pagine rosate della Domenica - Sole Ventiquattrore con lo speciale sul Festival, subito seguito da decine di imitatori. Gruppetti di sconosciuti si agitano attorno ai fogli come a un corso di origami scambiandosi consigli e dritte furbe. Io, che ho la manualità di una sogliola, soccombo sotto il peso della gondola di carta confezionata per me da V. Fa caldo, caldissimo. Il cielo è azzurro, azzurrissimo. La lezione si intitola La conoscenza dell'anima. Hillman comincia con una distinzione: esista una conoscenza relativamente all'anima, una conoscenza dell'anima e una conoscenza nell'anima. Cita Plotino, Eraclito, Platone, la conoscenza richiede desiderio, dice, la conoscenza è azione. Conoscenza è potere. Conoscenza è balzo in avanti. Fa l'esempio della leonessa che balza sulla preda: sa cosa sta facendo, ma non come lo farà. E' totalmente presente nell'attimo del balzo. Dunque, penso io la conoscenza è rischio. Rischio del falimento, della caduta, della morte. Senza quel desiderio, senza quella spinta all'azione, senza quel balzo, quel salto in avanti, e fuori dal buio, non si dà alcuna conoscenza. Non si dà vita, per quanto mi riguarda.

E poi, sempre quella domanda che ritorna, quella domanda alla quale è impossibile dare una risposta unica, definitiva e ferma: che cos'è anima? Anima è scintilla. Anima è fiamma. Anima è un fumo sottile e impercettibile. Jung scriveva che la pressoché illimitata ricchezza di riferimenti rende impossibile ogni formulazione univoca. Anima è una regione problematica della pische, scrive Hillman. Anima è il compendio di tutto ciò con cui l'uomo deve sempre confrontarsi senza riuscire ad avere la meglio, ancora Jung.

Anima, Anatomia di una nozione personificata di James Hillman è un libro particolare: ci sono 439 estratti dall'opera di C.G.Jung che Hillman analizza, interpreta, ribalta. E' un libro enigmatico. Che più che rispondere, interroga.

Poi, stamattina, ho aperto il libriccino con la Lectio magistralis tenuta da Jean-Luc Nancy a Modena nel 2005: Cinquantotto indizi sul corpo, e ho letto l'indizio numero 6:

L'anima è la forma di un corpo organizzato, dice Aristotele. Ma il corpo è proprio ciò che disegna questa forma. E'la forma della forma, la forma dell'anima.


E mi è tornata in mente quella frase di Nietzsche che ho scolpita nella testa:

Corpo io sono in tutto e per tutto, e null'altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo.

Ecco, questa è la definizione di anima che io sento più vicina. Che riconosco.

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martedì, 31 luglio 2007

lunapienaluglio
In questa casa davanti al mare, in questi due mesi, ho visto morire una gatta neroruggine molto anziana e nascere un bambino che si chiama Matteo, ho finito un romanzo e ne ho cominciato un altro, nuovi progetti si sono guadagnati icone sul desktop del portatile con nomi bellissimi: Zeroville, NY, Body Shots e Walden, ad esempio. I quaderni si sono riempiti di appunti. Sono stata sola, come ora, e sono stata in compagnia, come l’altroieri e come lo sarò dopodomani, ho bevuto vino, mojito, mangiato pesce fritto e pomodori appena raccolti, ho fatto l’amore e ho dormito sonni da bambina, ho fotografato cantieri, ho letto decine di libri, ho visto quasi tutti i film di Marco Ferreri, Madre e figlio di Sokurov, due serie di Oz e tre di Nip & Tuck, ho parlato del passato e del futuro, ho contemplato il mare, mi sono seduta sulle mura della rocca a strapiombo sulla scogliera con un amico e un’amica, in momenti diversi, e ho immaginato alternative di vita possibili, la mia e le loro, ho bagnato le piante sul davanzale e accarezzato tanti gatti, ho parlato con i bambini e ho fatto amicizia con una signora molto anziana, e ho nuotato, ogni giorno, con gli occhi spalancati sott’acqua. Da metà settembre e per tutto l’anno prossimo ci saranno treni, aerei e continenti diversi. E dunque letti e case e panorami e città e persone. Ripenserò a questi mesi di calma apparente davanti al mare, a quanto davvero l’estate, per me, sia da sempre il tempo della raccolta, della messa a frutto, tempo di concentrazione e produzione. Tempo che visto da fuori sembra placido, quasi immobile e invece è ritmo, ghiandola che secerne senza sosta. Ho fotografato la luna piena stanotte, luna piena di luglio, una luna che celebra molti anniversari. Dieci anni da tante cose. Dieci anni da cose bellissime, da cose tragiche, da cose importanti e finite. Ho brindato con succo di mela e subito ho pensato a quelle parole di Maria Zambrano, da un libro che mi accompagna in questa estate, dappertutto, parole che dicono così: Posto che sonno e veglia non sono due parti della vita, che essa, la vita, non ha parti, bensì luoghi, e volti. Quindi via il bicchiere e via il brindisi. Dieci anni non sono un segmento, non sono una porzione, non sono altro che flusso fluito. E luoghi, e volti. E anche se stanotte ho sognato che il mio corpo era coperto di tagli e il sangue zampillava ed era rosso acceso intorno a me, quando mi sono svegliata non ho avuto paura e non l’ho letto come un incubo. Anzi. La superficie del mio corpo -la mia anima?- adesso non è più impermeabile e respingente, è membrana porosa, che sa accogliere e mandare indietro senza strappi. Flusso che fluisce.

postato da: ghiaccioblu alle ore 12:49 | link | commenti (10)
categorie: tempo, privato, psicoanalisi
giovedì, 05 luglio 2007


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A Bologna. A casa per tre giorni. (Casa? Leggendo A immaginare una vita ce ne vuole un'altra, di Elena Stancanelli -pagine dedicate a una Roma non ovvia da una scrittura non ovvia- il cuore mi si è stretto e ho avuto spesso la sensazione che ormai casa per me sia più là che qui, nonostante che una vera casa là non ce l'abbia e qui sì...e ho pensato che casa, allora, forse sono le persone che hai voglia di vedere, le strade che hai voglia di attraversare, non che qui non ce ne siano, chiaro, però forse là ce ne sono di più, di persone, e di strade.) Dunque a casa tre giorni, il tempo di fare alcune cose che andavano fatte, incontrare alcune persone che andavano incontrate, e correre al cinema Rialto, sotto casa, a vedere XXY. Asciutto, emozionante, con personaggi che somigliano davvero a persone e non ad astrazioni. Alex ha quindici anni, è un'ermafrodito/a. Che cosa questo significhi esattamente è difficile da spiegare, dato che ogni caso è un caso a sé, diciamo che si tratta di individui che hanno (ometto volontariamente soffrono di) disordini della differenziazione sessuale. E che molto (troppo?) spesso vengono trattati chirurgicamente per definirli dentro il solito schema binario: o maschio o femmina.


Alex, la protagonista di questo film argentino, è una bellissima (perfetta, come la definisce il padre) creatura di quindici anni, e che cos'è di preciso non lo sa. Forse nemmeno vuole saperlo. E' se stessa. Maschio o femmina cosa importa?

Mi ha fatto tornare in mente questa frase di Djuna Barnes, da La foresta della notte:

Noi andiamo ciascuno alla sua casa secondo la nostra natura - e la nostra natura, sia come sia, ci tocca sopportarla....

Io andrei oltre: la nostra natura ci tocca accettarla, comprenderla, imparare ad amarla, sia come sia.

E mi è tornata in mente anche quella bambina che conoscevo così bene, una bambina che si innamorava dei maschi, ma che detestava i vestiti da femmina, i capelli lunghi e giocare alla mammina tra bambolotti e dolciforni e preferiva menare fendenti con le sciabole dei suoi amici, quella bambina che crescendo ha sempre avuto un miglior amico e non una migliore amica, che crescendo ha continuato ad innamorarsi quasi esclusivamente di maschi, ma detestato con passione lo shopping, le scarpe con i tacchi, le movenze da gattina, le serate con le amiche, la lingerie di pizzo e le riviste femminili e non ha mai sognato di trasformarsi in una perfetta sposa e mamma in carriera. Tutto questo, sentendosi costantemente in colpa, costantemente diversa, costantemente giudicata.

Ecco. Per tutti quelli che non sono come altri desidererebbero che fossero. E non si rassegnano a diventare quello che altri vorrebbero farli diventare.



martedì, 26 giugno 2007



(...) Chi si rifiuta il piacere, chi si fa monaco, in qualunque senso, è perché ha una capacità enorme per il piacere, una capacità pericolosa - da cui deriva un timore ancora maggiore. Sono solo quelli che chiudono a chiave le proprie armi che hanno paura di sparare sugli altri. (...)

Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio
postato da: ghiaccioblu alle ore 09:22 | link | commenti (8)
categorie: citazioni, identità, psicoanalisi
venerdì, 11 maggio 2007

Il quarto comandamento

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"Nella maggior parte delle culture e delle religioni è profondamente radicata la tradizione del sacrificio dei bambini, che anche la nostra cultura occidentale sostiene e tollera con la massima naturalezza. Ovviamente, non sacrifichiamo più a Dio figli e figlie sull'altare, come Abramo e Isacco, ma fin dalla nascita e durante tutta la loro educazione assegnamo loro il compito di amarci, onorarci e rispettarci, di compiere azioni a nostro favore e soddisfare il nostro orgoglio...Diamo a tutto questo il nome di decoro e morale. Quasi mai il bambino può scegliere. Talvolta si sentirà costretto per tutta la vita a offrire ai genitori qualcosa di cui non dispone e che non conosce, non avendone mai fatto esperienza con loro...Sarà uno sforzo che durerà per sempre, poiché anche da adulto sarà convinto di aver bisogno dei genitori e, nonostante le ripetute delusioni, spererà di ricevere da loro qualcosa di buono...Il desiderio imperioso di molti genitori che vogliono essere amati e onorati dai figli trova apparente legittimazione nel quarto comandamento...(Allo stesso modo)...riteniamo di dover amare Dio affinché egli non abbia a punirci del nostro rifiuto e della nostra delusione e ci dia in premio il suo amore che tutto perdona....Forse che questa non è una rappresentazione del tutto grottesca? Un essere superiore che dipende da sentimenti artificiosi, in quanto imposti dalla morale, ricorda molto da vicino la miseria dei nostri stessi genitori. Frustrati da piccoli e pertanto mai divenuti autonomi. Potranno chiamare Dio un simile essere soltanto coloro che non hanno mai messo in questione i genitori e la propria dipendenza da loro."

Alice Miller, La rivolta del corpo, I danni di un'educazione violenta

PS Educazione violenta non significa ovviamente soltanto l'utilizzo della violenza fisica (ad esempio le 'punizioni corporali') ma anche di quella psicologica: un ambiente familiare nel quale la violenza psicologica e il ricatto emotivo sono un sottofondo costante, si rivela egualmente devastante. Più mi guardo attorno, più mi accorgo di quante siano le vittime del Quarto Comandamento.

Di Alice Miller, fondamentale: Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé.
postato da: ghiaccioblu alle ore 10:29 | link | commenti (8)
categorie: libri, potere, identità, psicoanalisi