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sabato, 30 giugno 2007


confessatipoetagiancarlo












(...)
Perché i bambini spezzano lo sguardo, tremano in dissonanza, stanno nella violenza dell’inizio senza difesa, sono spavento senza ali. Inizia diversa vita, nuove cattiverie si fanno necessarie, in misera allegria e vergogna del dolore. Scuce la vita la sua convalescenza. Fili d’erba fra pietra e pietra al ciglio della strada.


Perché i bambini esistono contemporaneamente, sfuggono al ritmo, alla sequenza del vento che sbatte porte e cancelli. Sfuggono il numero che batte il passo, tossiscono il respiro. Slogano l’anima del mondo.

Di cosa è fatta questa pazienza che dilaga nel presente?

Cessa di recare dolore. Non spiegarci, non zittirci, non annoiarci, non convincerci, non ammalarci. Per ognuno che scorda molti tremano febbri e orrori. Non vendicarti della tua paura, non addomesticare. Di quale cosa proprio tu saresti il padrone?

I bambini sono la vita che non sappiamo.
(...)

Giancarlo Sissa, Il seme del disordine II, Il bambino perfetto

Le prime poesie che ho letto di Giancarlo Sissa erano stampate su fogli di carta a4 ripiegati e con dedica. Lette di corsa, alla luce di un lampione nel parcheggio sopraelevato della Coop davanti alla Sala Sirenella, Massarenti, Bologna. Avevo 22 anni. Frequentavo un gruppo di poeti -Versodove- ed ero quasi sempre l'unica donna, la più giovane. In quel parcheggio, la sorpresa improvvisa di quella parola cantata che si alza dal foglio e si muove, costringe la lingua a battere, a dire ad alta voce, a provarli, quei versi, come fossero musica. Perchè in effetti sono musica. Giancarlo Sissa è uno dei poeti italiani che amo di più. E poco conta che sia un amico e che io gli voglia bene. Anche perché se è mio amico e se gli voglio bene non poca importanza ha in questo il fatto che sia il poeta che è. Quando sono entrata nella sua roulotte al Teatro delle Ariette qualche settimana fa, in occasione dello spettacolo Bestie, del quale è coautore e nel quale è anche attore, mi sono sentita avvolta in un grembo. Incollate alle pareti c'erano le immagini di Kafka e quella di un uomo dal volto intenso che non ho riconosciuto, ma del quale Giancarlo mi ha raccontato la storia (Reneè Daumal, Il monte analogo), uno scialle andaluso che dondolava in mezzo a quel piccolo spazio illuminato da un'unica lampada e che parlava d’amore, perché la sua donna è una danzatrice di flamenco. Confessati con il poeta, diceva il cartello attaccato alla roulotte. E cosa confessare, se non la paura, quella di sempre? Se non l'amore, per le parole, per la letteratura. E amore e paura insieme, ogni volta, verso la fine di un romanzo, di un testo che sta per andarsene da te, abbandonarti, come è giusto. Così abbiamo parlato, saltando da una confessione all'altra, senza dimenticarci del vino di un tempo e della rabbia che impara a farsi scrittura invece di implodere, dentro. Mi ha regalato il dattiloscritto del suo ultimo lavoro, ancora inedito, e io l’ho letto in un pomeriggio di pioggia sugli Appennini, luce azzurra intorno e silenzio. Senza riuscire a staccarmi fino all’ultima riga. E poi ho pensato, com’è possibile che i grandi editori che hanno collane di poesia (pochissimi) non si accorgano di questo talento? Com’è possibile che i grandi editori che hanno collane di poesia non osino un pochino di più invece di pubblicare sempre i soliti quattro nomi? Com’è possibile che i grandi editori che hanno collane di poesia non si vergognino di pubblicare certe cose solo perché l’autore, ad esempio, è anche un narratore di medie tirature? Tanto la poesia comunque non vende. Tanto la poesia comunque è per pochi, nonostante tutti, ma proprio tutti, si sentano poeti. Vorrei domandarglielo, a questi editori: e rischiare di pubblicare qualcosa che merita davvero di essere pubblicato, per una volta? Magari una volta all'anno. Un titolo solo. Uno.

Il brano che ho postato è tratto dall'ultimo lavoro ancora inedito di Giancarlo Sissa -che è anche traduttore e francesista, e che di mestiere fa l’educatore, non a caso, un altro suo bellissimo libro pubblicato da Book editore ha proprio questo titolo: Il mestiere dell’educatore)- Il bambino perfetto.

Ché pochissimi sono capaci davvero di raccontarli, i bambini. Di vederli. Ché moltissimi, appunto, dimenticano come si fa a esistere contemporaneamente.

kafka


postato da: ghiaccioblu alle ore 13:41 | link | commenti (5)
categorie: citazioni, poesia, privato
martedì, 24 aprile 2007

lunafiori

(....)Uso le parole come riparo, dice
e quando dice
i fiori si schiudono il mondo si desta
è lui fiore dischiuso lui mondo ridestato
attraverso le parole  nelle parole  con le parole
si apre e poi si chiude
fluttua e poi affonda
e mentre nasce e viene ucciso
continua ad essere parola
rinasce continuamente nelle parole e
non può morire
Finché sulla terra le parole non si esauriranno
continuerà a trasmigrare diventando
roccia ruota amore
diventando sangue cielo giorni di un calendario
(...)

Parole, parole OOKA MAKOTO

Ci incontriamo attraverso le parole  nelle parole  con le parole. Lì ci comprendiamo, fraintendiamo, perdiamo, ritroviamo. A volte c'è silenzio, ma le parole sono anche lì, una specie di contrappunto muto, un disegno impercettibile: ghiaccio sul vetro di una finestra, un pelo sottile che galleggia in un dito d'acqua rimasto dentro il bicchiere. Una volta ho sognato un uomo con tre paia d'occhiali: uno appoggiato sulla fronte, uno sul naso, l'altro che gli penzolava sulle guance e davanti a lui, su un tavolo molto grande, c'erano decine di dizionari in tutte le lingue del mondo. Ho pensato: quegli occhiali, e quei dizionari, gli servono per leggere ME. 'I cetacei utilizzano un 'vocabolario' di circa 400 'parole', hanno anche dei dialetti, lo sapevi?' Mi hai chiesto ieri. E io ho pensato a tutte le parole che non siamo in grado di percepire. Una trama intricata di suoni e segni tutti ancora da decifrare.

Questo è solo l'inizio.


postato da: ghiaccioblu alle ore 10:08 | link | commenti (14)
categorie: poesia, scrivere
mercoledì, 04 aprile 2007


muro   Via Centotrecento, Bologna, vista da S. fotografata da P.

Ti sei vista disegnata su un muro. Gli occhi chiusi, la bocca spalancata in una O di piacere perfetto, le braccia nascoste dietro la schiena, il corpo offerto. E così, è questo che ti fa, smettere l'abito della paura: diventi bellissima. Hai pensato ad Anne Sexton, a questi versi:

...For this thing the body needs
let me sing
for the supper,
for the kissing,
for the correct
yes.

...Per questa cosa di cui il corpo ha bisogno
fammi cantare
per il mangiare,
per il baciare,
per ciò che è giusto
sì.


 
postato da: ghiaccioblu alle ore 13:09 | link | commenti (4)
categorie: poesia, eros, corpo
domenica, 01 aprile 2007


p fogliobianco2

L'Operosa* accumula. Libri. Suggestioni. Articoli di quotidiani e riviste. Cataloghi. Mappe. Depliant di spettacoli a venire. Segna sull'agenda film, concerti, cose da vedere, cose da fare. Scarabocchia sul taccuino nomi, numeri di telefono, indirizzi, appunti, cuoricini, conta le gocce di pioggia, le nuvole che passano in cielo. Non si pente del tempo perduto, perché il tempo non è da perdere né da guadagnare. Ascolta musica da surfisti, sorride piombando nel sonno, vaga intontita sul sito dell'Ansa e dei maggiori quotidiani internazionali, pensando che in fondo il mondo non crollerà solo perché lei è un po' distratta.

Giusto una tregua, ché l'essere è più del dire.


Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s'allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d'accordi. E gli astanti s'affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
appaludono, compiangono entrambi i sensi
del sublime- l'infame, l'illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l'essere è più del dire.

Giovanni Giudici, La vita in versi

Oggi, l'Operosa ha scritto questo verso di Derek Walcott con un pennarello verde e l'ha ripassato con una biro nera - la superficie era appena umida, profumata e dolce- : To change your language you must change your life. Per cambiar lingua devi cambiar vita. E mentre tracciava una lettera dopo l'altra, ha capito perché quelle parole fossero arrivate -da lontano, sempre sottolineate e ripetute e mai comprese, fino ad oggi-.

* L'Operosa c'est moi.

postato da: ghiaccioblu alle ore 22:14 | link | commenti (14)
categorie: poesia, scrivere
domenica, 25 marzo 2007

neve

Si è fatto silenzio. L'acqua che saltava veloce sopra le pietre del fiume. Poi ha cominciato a nevicare. Il cielo, blu grafite, poi bianco. Non ha più smesso. I libri sono rimasti chiusi. Hai ceduto. Esattamente come cedono i rami degli alberi sotto il peso bianco. Devi aver sorriso, chiudendo gli occhi. Quando li hai riaperti, fuori era tutto immobile, tutto bianco. Bianco in primavera. Neve fresca che suona sotto gli anfibi. Nostalgia del presente, hai pensato: già sai che questo istante ti mancherà per sempre. Ma le cose - e le storie- erano tutte al loro posto, hai constatato: niente va perduto, nonostante. E allora hai letto lui, ad alta voce. (La poesia non era questa, ma è questa che avresti voluto.)

Lucrezio lo sapeva:
Apri la cassa,
Vedrai, è pieno di neve
Che turbina.

E tavolta due fiocchi s'incontrano, s'uniscono.
Oppure uno devia, con grazia
Nel suo poco di morte.

Da dove viene quel chiarore
In alcune parole
Quando l'una è solo la notte,
L'altra, un sogno?

Da dove vengono quelle due ombre
Che vagano, ridendo,
Di cui una imbacuccata
In una lana rossa?

I.Bonnefoy, De natura rerum, da Inizio e fine della neve (1991)


postato da: ghiaccioblu alle ore 18:25 | link | commenti (6)
categorie: poesia