Di questo regalo avrei tranquillamente fatto a meno, ma è impossibile placare la furia che coglie una casalinga - mia madre- che durante le pulizie di primavera abbia deciso che quest'anno occorre sgomberare la soffitta: metti che devo andare via? Via dove, mamma? Metti che muoio? E allora se ne occuperà qualcun altro, mamma, non tu. E dunque il regalo è arrivato. (Grazie anche per quegli utilissimi 6 bicchierini da rosolio che in questa casa abitata da tre single vaganti - peripatetiche?- e uno zio ancor più vagante -pericolante?- mancavano proprio. E per le tre brocche di cristallo. Per la fruttiera centrotavola decorata dal nonno, per il vassoio del matrimonio che ti ha regalato nel 1967 la zia Tanina, per il portasale intarsiato. Sì, grazie davvero.) Soprattutto, grazie per questa valigia di lettere. Viaggio dalle elementari all'università in un pomeriggio che occorreva dedicare ad altro. Non ho saputo - potuto?- sottrarmi al rito. Fogli ingialliti e fragili, rose esiccate e petali vari che piovono dalle buste. Auguri di Natale elettronici del 1989 con la suoneria ancora funzionante. Jingle bells. Vado a ritroso nel tempo. Stupefatta leggo giuramenti d'amicizia eterna o parole d'amore rivolte a me da persone delle quali non ricordavo neppure l'esistenza, e anche ora, che vedo le loro facce stampate su carta fotografica kodak non così resistente all'usura del tempo, adesso che ricostruisco tempi e luoghi, non riesco assolutamente a mettere a fuoco. E soprattutto a inserirci anche me, in quell'equazione: nome, luogo, tempo, X. Io sono sempre quella x, uno spazio vuoto. Le mie repliche d'altra parte, com'è ovvio, mancano. Sparse per il mondo. Da Kareem, il medico nigeriano. Da Bessie-Vassiliska, su un'isola greca. Da Maria K. greco-americana di Brooklyn, da Dragan S. a Sarajevo, la cui ultima lettera porta stampigliato il timbro 1991, data dopo la quale non sono più riuscita ad avere sue notizie in alcun modo, da Meera, a Leicester. Da Panos, ad Atene: Panayotis che mi scrive, in un inglese scolastico, 'voglio raccontarti la storia di una ragazza di 19 anni che si innamorò di un bambino: la sera, sulla spiaggia, si scambiavano teneri baci, poi le loro famiglie se ne accorsero e li separarono, ma loro trovarono il modo di incontrarsi lo stesso...". La ragazza ero io, evidentemente, e il bambino (13 anni) era lui. Mucchietti di lettere stretti da nastri rossi, grigio argento, azzurro. Le lettere di L. ( sedici anni, tutt'e due, queste non ho avuto il coraggio di rileggere, so che mi farebbero ancora male.) Quelle di Michele dall'Irlanda. Le lettere di Fiamma (anche queste non riesco a leggerle). Le letterine buffe di Francesca. Quelle di Maurizio. Di Paolo. Una lettera di Italo, bellissima. E il mucchio più alto: le lettere di Pier, il principe delle chiacchiere. Fratello e figlio di due miei 'gemelli astrali'. Di una bellezza straziante, le sue pagine. E chissà perché ci siamo persi, dopo tutte quelle promesse, tutto quell'incanto, tutti quei furibondi litigi. (Ah, già, io ero la principessa di ghiaccio. Quella senza cuore. Quella cattiva.) E ancora, le lettere di Peter, il regista. Quelle di Paul. Le poesie di Giancarlo. Gli appunti osceni presi durante le serate al Circolo di poesia VersoDove da Giacomo. Le prime lettere di Deborah. E quelle di Carlo. Una di Eraldo. Due di Giampiero. Un sonetto di Tiziano. Quelle di Enrico, che sono coltellate, una dopo l'altra, nello stesso identico punto. Perché lui ora non c'è più e non posso chiamarlo e dirgli mi dispiace (sono dieci anni a settembre, Enrico, che non smetto di dirti mi dispiace, anche se tu non mi senti). Quelle di Amedeo, che non riuscirò mai a perdonare. Ancora: decine e decine di lettere di lettori sconosciuti ai quali non ho mai risposto: Leonardo, Caterina, Rosa, Roberto, Marco, Giulio....da Bergamo, Napoli, dalla Sicilia, dalla Svizzera, dalla Francia, da Parma, da Milano, da Colonia. Il giro d'Europa in francobolli.
Cosa dicono di noi, le lettere degli altri? Le loro parole, i loro sguardi? E soprattutto, quella che dicono è la verità? Una verità più vera di quella che noi sapremmo raccontare su noi stessi? Le lettere del mio passato finiscono tutte allo stesso modo. Sequenze identiche: fascinazione, incanto, meraviglia, poi dolore, rifiuto, rabbia: cattiva, hai il cuore di ghiaccio. Il commissario, già in una delle sue prime, preventivava che finite 'le tue tre settimane di passione', la noia sarebbe sopraggiunta ad avvolgermi il cuore nella brina. Posso negarlo? Posso negare di esser stata così? Insensibile, fredda, dura, scostante? No che non posso. E infatti, la maggior parte di quei nomi, di quei volti, mi sono scivolati via dalla memoria. Niente è rimasto. Nemmeno ricordi. Solo pagine su pagine che attestano il mio cuore di pietra. Una femme fatale di quindici anni, e poi venti e poi venticinque, che seduce con le parole scritte e con la pelle di pesca, seduce uomini e donne, senza distinzione, e non appena sente parole d'amore fa calare la mannaia. Già sazia. Perché tutto quello che vuole è esattamente quello: sedurre con le parole. Senza desiderare in cambio nessuna risposta.
Posso solo chiedere scusa. A tutti.
Perché la scrittura ha sempre avuto più forza e peso di tutto il resto. Perché quello che volevo era sapere di poter incidere la carne del mondo - degli esseri umani- con le parole. Il resto - il seguito- è sempre stato di troppo.
L'ultima scatola dentro la valigia è marrone: sul coperchio il disegno di due bambini di spalle che camminano con un cane su un sentiero di campagna. Bonnie Bonnets. Dentro, il mio primo romanzo. 1978 o forse 1979, non ricordo con precisione. Un manoscritto battuto con la Olivetti Lettera 22 di mia madre. Incompiuto.
CAP 1
Nel 1850 abitavo in Alaska. Cercavo, come tutti quelli che erano lì, l'oro.
Ghiaccio. E oro.
Il ghiaccio sono io. L'oro, le parole.
Tutto torna.
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