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martedì, 11 dicembre 2007



Perché (invece) dallo scrittore si pretende una giustificazione che coinvolge la natura stessa del suo operare? Perché lo scrittore viene posto, in questa epoca, nella condizione di doversi giustificare costruendosi una piccola ideologia di supporto? Perché sono state elaborate delle teorie e delle ideologie e dei luoghi comuni per spingere altre persone (in questo caso gli scrittori) a doversi porre nella condizione di chi si deve giustificare e che quindi deve vivere la propria condizione come qualcosa che assomiglia a una colpa?  

Antonio Moresco,
tratto da Qualità quantità. Perché scrivi? Il testo completo qui, su Il primo amore

Data questa premessa, ieri pomeriggio sono stata dagli amici di Fahreneheit, a Radio Tre. Sono stata piuttosto goffa e credo di aver detto anche delle cose assurde, come spesso mi accade quando mi fanno domande sulla mia scrittura e quando mi si chiede di interpretare le cose del mondo. Non sono tanta brava a parlare. A dire la verità non mi piace neanche. Quando parli, non puoi tirare una riga e riscrivere la frase, quel che hai detto hai detto. E poi, io riesco a capire le cose solo quando le trasformo in storie. Non sono un intellettuale, forse somiglio di più ad un poeta, anche se scrivo prosa. Tant'è. Se qualcuno ha voglia di sentirmi, a questa pagina c'è il link.

postato da: ghiaccioblu alle ore 11:29 | link | commenti (4)
categorie: parole, libri, storie, cose che succedono in giro
mercoledì, 09 maggio 2007

bib_libreriaUno scorcio della 'casa biblioteca' di Giuseppe Pontiggia a Milano

Le utopie della lettura è il titolo di un breve saggio di Giuseppe Pontiggia raccolto in un libretto dal titolo omonimo che la Fiera del Libro di Torino nel 1999 fece stampare in edizione limitata come omaggio agli autori invitati quell'anno (lo deduco dal fatto che nel frontespizio c'è scritto COPIA RISERVATA A e sotto c'è stampato il mio nome. -L'ho ritrovato in uno scatolone dove giacevano i libri più disparati: dalla grammatica greca al terribile Noi di Richard Mason.- L'ho letto d'un fiato, stanotte, riempiendolo di asterischi e sottolineature, ridendo da sola, e ricordando l'ironia lieve e al tempo stesso ferocissima di quell'uomo gentile e dall'apparenza tanto mite. Un lampo: l'immagine della sua casa milanese nella quale andai a intervistarlo nel 2000, una biblioteca d'Alessandria, un incubo borgesiano, libri da tutte le parti, in larghezza, altezza, diagonale, libri come tappezzeria e pavimento e soffitto, libri che si aprivano su altri libri in una vertigine di spazi smisurati che raccontavano di tutte le utopie dell'abitante di quella casa magica. L'utopia della salvezza, della completezza, dell'eternità, dello spazio, dell'onnipresenza, della compartecipazione, della razionalità... Tutte le utopie impossibili di ogni bibliofilo (o bibliomane).
Il libro (che è una raccolta di brevi saggi già apparsi in altri luoghi) si apre con una domanda, LA domanda, "Perché leggere?"
Le prime righe:
"Perché leggere è oggi diventata una domanda sintomatica quanto ricorrente. Anzi, non è neppure una domanda, manca il punto interrogativo. Se ci fosse, forse favorirebbe, se non la risposta, il dubbio. Già, perché leggere?
Spesso le domande sono ingannevoli. Noi chiamamo retoriche quelle che suggeriscono la risposta, ma non meno ambigue sono quelle che già rispondono a metà. Chi è Dio? chiede il catechismo, che è uno degli esempi eucumenici di linguaggio autoritario. Ma anzitutto, Dio c'è?"

Naturalmente a queste due domande non c'è una risposta definitiva. Probabilmente non c'è affatto una risposta. Quella che Pontiggia prova a dare alla prima è questa: "Il libro vive solo in quanto ci modifica." "Perché leggere? Se si fosse sinceri, non sarebbe una domanda. E neanche una risposta. Sarebbe dire perché respirare e vivere."

A me viene da aggiungere che si legge perché quelle utopie che ci abitano -quelle utopie senza le quali non saremmo niente-  è così che si alimentano. Così che trovano il modo per respirare -e farci respirare- meglio.  E' anche così -leggendo- che si impara a riconoscere un linguaggio autoritario quando ci si presenta davanti e si può quindi tentare di smontarlo, utilizzando le sue stesse astuzie, i suoi stessi ingegnosi strumenti.

Ecco, Giuseppe Pontiggia è una di quelle persone che rimpiango di non aver potuto conoscere meglio. Di maestri come lui, oggi ce ne sarebbe ancora -più che mai- bisogno.

*Le  Opere  nei Meridiani Mondadori.
postato da: ghiaccioblu alle ore 13:47 | link | commenti (10)
categorie: parole, libri, leggere, potere
venerdì, 04 maggio 2007



Di questo regalo avrei tranquillamente fatto a meno, ma è impossibile placare la furia che coglie una casalinga - mia madre- che durante le pulizie di primavera abbia deciso che quest'anno occorre  sgomberare la soffitta: metti che devo andare via? Via dove, mamma? Metti che muoio? E allora se ne occuperà qualcun altro, mamma, non tu. E dunque il regalo è arrivato. (Grazie anche per quegli utilissimi 6 bicchierini da rosolio che in questa casa abitata da tre single vaganti - peripatetiche?- e uno zio ancor più vagante -pericolante?- mancavano proprio. E per le tre brocche di cristallo. Per la fruttiera centrotavola decorata dal nonno, per il vassoio del matrimonio che ti ha regalato nel 1967 la zia Tanina, per il portasale intarsiato. Sì, grazie davvero.) Soprattutto, grazie per questa valigia di lettere. Viaggio dalle elementari all'università in un pomeriggio che occorreva dedicare ad altro. Non ho saputo - potuto?- sottrarmi al rito. Fogli ingialliti e fragili, rose esiccate e petali vari che piovono dalle buste. Auguri di Natale elettronici del 1989 con la suoneria ancora funzionante. Jingle bells. Vado a ritroso nel tempo. Stupefatta leggo giuramenti d'amicizia eterna o parole d'amore rivolte a me da persone delle quali non ricordavo neppure l'esistenza, e anche ora, che vedo le loro facce stampate su carta fotografica kodak non così resistente all'usura del tempo, adesso che  ricostruisco tempi e luoghi, non riesco assolutamente a mettere a fuoco. E soprattutto a inserirci  anche me, in quell'equazione: nome, luogo, tempo, X. Io sono sempre quella x,  uno spazio vuoto. Le mie repliche d'altra parte, com'è ovvio, mancano. Sparse per il mondo. Da Kareem, il medico nigeriano. Da Bessie-Vassiliska, su un'isola greca. Da Maria K. greco-americana di Brooklyn,  da Dragan S. a Sarajevo, la cui ultima lettera porta stampigliato il timbro 1991, data dopo la quale non sono più riuscita ad avere sue notizie in alcun modo, da Meera, a Leicester. Da Panos, ad Atene: Panayotis che mi scrive, in un inglese scolastico, 'voglio raccontarti la storia di una ragazza di 19 anni che si innamorò di un bambino: la sera, sulla spiaggia,  si scambiavano teneri baci, poi le loro famiglie se ne accorsero e li separarono, ma loro trovarono il modo di incontrarsi lo stesso...". La ragazza ero io, evidentemente, e il bambino (13 anni) era lui. Mucchietti di lettere stretti da nastri rossi, grigio argento, azzurro. Le lettere di L. ( sedici anni, tutt'e due, queste non ho avuto il coraggio di rileggere, so che mi farebbero ancora male.) Quelle di Michele dall'Irlanda. Le lettere di Fiamma (anche queste non riesco a leggerle). Le letterine buffe di Francesca. Quelle di Maurizio. Di Paolo. Una lettera di Italo, bellissima. E il mucchio più alto: le lettere di Pier, il principe delle chiacchiere. Fratello e figlio di due miei 'gemelli astrali'. Di una bellezza straziante, le sue pagine. E chissà perché ci siamo persi, dopo tutte quelle promesse, tutto quell'incanto, tutti quei furibondi litigi. (Ah, già, io ero la principessa di ghiaccio. Quella senza cuore. Quella cattiva.) E ancora, le lettere di Peter, il regista. Quelle di Paul. Le poesie di Giancarlo. Gli appunti osceni presi durante le serate al Circolo di poesia VersoDove da Giacomo. Le prime lettere di Deborah. E quelle di Carlo. Una di Eraldo. Due di Giampiero. Un sonetto di Tiziano. Quelle di Enrico, che sono coltellate, una dopo l'altra, nello stesso identico punto. Perché lui ora non c'è più e non posso chiamarlo e dirgli mi dispiace (sono dieci anni  a settembre, Enrico, che non smetto di dirti mi dispiace, anche se tu non mi senti). Quelle di Amedeo, che non riuscirò mai a perdonare. Ancora: decine e decine di lettere di lettori sconosciuti ai quali non ho mai risposto: Leonardo, Caterina, Rosa, Roberto, Marco, Giulio....da Bergamo, Napoli, dalla Sicilia, dalla Svizzera, dalla Francia, da Parma, da Milano, da Colonia. Il giro d'Europa in francobolli.

Cosa dicono di noi, le lettere degli altri? Le loro parole, i loro sguardi? E soprattutto, quella che dicono è la verità? Una verità più vera di quella che noi sapremmo raccontare su noi stessi? Le lettere del mio passato finiscono tutte allo stesso modo. Sequenze identiche: fascinazione, incanto, meraviglia, poi dolore, rifiuto, rabbia: cattiva, hai il cuore di ghiaccio. Il commissario, già in una delle sue prime, preventivava che finite 'le tue tre settimane di passione', la noia sarebbe sopraggiunta ad avvolgermi il cuore nella brina. Posso negarlo? Posso negare di esser stata così? Insensibile, fredda, dura, scostante? No che non posso. E infatti, la maggior parte di quei nomi, di quei volti, mi sono scivolati via dalla memoria. Niente è rimasto. Nemmeno ricordi. Solo pagine su pagine che attestano il mio cuore di pietra. Una femme fatale di quindici anni, e poi venti e poi venticinque, che seduce con le parole scritte e con la pelle di pesca, seduce uomini e donne, senza distinzione, e non appena sente parole d'amore fa calare la mannaia. Già sazia. Perché tutto quello che vuole è esattamente quello: sedurre con le parole. Senza desiderare in cambio nessuna risposta.

Posso solo chiedere scusa. A tutti.

Perché la scrittura ha sempre avuto più forza e peso di tutto il resto. Perché quello che volevo era sapere di poter incidere la carne del mondo - degli esseri umani- con le parole. Il resto - il seguito-  è sempre stato di troppo.

L'ultima scatola dentro la valigia è marrone: sul coperchio il disegno di due bambini di spalle che camminano con un cane su un sentiero di campagna. Bonnie Bonnets. Dentro, il mio primo romanzo. 1978 o forse 1979, non ricordo con precisione. Un manoscritto battuto con la Olivetti Lettera 22 di mia madre. Incompiuto.

CAP 1

Nel 1850 abitavo in Alaska. Cercavo, come tutti quelli che erano lì, l'oro.


Ghiaccio. E oro.
Il ghiaccio sono io. L'oro, le parole.
Tutto torna.
s
postato da: ghiaccioblu alle ore 18:07 | link | commenti (13)
categorie: parole, privato, identità, psicoanalisi
venerdì, 27 aprile 2007

3death2Dance of Death,
Hans Holbein The Younger 1524-26


Su Repubblica di ieri: due articoli letti di corsa al bar bevendo il cappuccino e poi riletti on-line, stanotte: nel primo, il racconto stringato della visita che Cazzola ha fatto a Romano Prodi nel pomeriggio del 25 aprile. Hanno parlato anche di Romilia. Come, non viene riportato. Intanto, in casa i nipoti di Prodi chiamano 'nonno!'. Più o meno.
Il secondo articolo, questo:

Sul grande schermo in arrivo l´enigma del "Divo" Andreotti
Sorrentino, un film per raccontare i giorni neri del senatore
La sfida artistica: rendere in immagini la Dc, un modo per sua natura anti-spettacolare
FILIPPO CECCARELLI

La famosa gobba, che al cineasta non è apparsa tale: «Andreotti non ha la gobba, incurva deliberatamente la schiena, incassando la testa dentro le spalle, per comodità». E infine gli occhi: «Li dilata di colpo, senza un apparente motivo, come segno di assoluta imprevedibilità». Quest´ultimo particolare è già tornato utile a Toni Servillo, che dovrà calarsi nel personaggio senza diventarne il sosia. Niente museo delle cere, niente Bagaglino: assonanza, non somiglianza. Prova di trucco di tre ore e mezzo, al termine della quale un autore meticoloso e visionario come Sorrentino si è potuto dire soddisfatto.
E insomma: si può fare un film su Andreotti? Risposta: «Sì, non dovrebbero esserci rischi, i tempi sono maturi». In un certo senso è proprio l´enigma del personaggio a richiederlo. Per usare le parole di Eugenio Scalfari: «La complessità del personaggio Andreotti ne fa anche, se si può dir così, la grandezza. La grandezza dell´enigma». A Sorrentino pare di averlo colto in «un´alternarsi di amabile buonsenso e lampi di clamorosa intelligenza che ti spiazzano e rendono la sua figura indecifrabile. Perché Andreotti fa l´elemosina, ma c´è chi lo teme; incontra Madre Teresa di Calcutta, ma lo chiamano Belzebù. E´ lui stesso a giocare con la propria ambiguità, e tuttavia si percepisce come una persona normale, ironica, distaccata». Dunque un soggetto formidabile.
Inizio riprese a metà giugno. Titolo: «Il Divo». Con qualche pretesa filologica si può aggiungere che fu il povero Pecorelli il primo a chiamare Andreotti «il divo Giulio». La produzione è Indigo Film, Lucky Red, Parco Film più un gruppo francese; pellicola prevenduta a Sky e Medusa Homevideo. Anna Bonaiuto sarà Livia Danese, la moglie di Giulio: «Il loro - spiega il regista - appare un rapporto molto bello e intimo, all´insegna della reciproca ironia». Piera Degli Esposti si calerà nella celebre segretaria, la signora Enea, attraverso la quale Sorrentino si riserva «uno sguardo non politico sulla politica». Si vedranno Cossiga e Franco Evangelisti, lo storico braccio destro che nel momento decisivo non aiuta l´uomo cui ha dedicato l´intera sua esistenza. Altri attori: Giulio Bosetti, Michele Placido, Carlo Buccirosso; Paolo Graziosi farà Aldo Moro.
Perché «Il Divo»? «Perché Andreotti viene in scena come un divo, ma ad un tratto le luci accecanti del palcoscenico si spengono. Per poi riaccendersi, dopo l´assoluzione, ma in modo intermittente e con lampadine un po´ più fioche». Dell´interminabile vicenda il film copre un arco temporale ristretto, ma concentrato nella sua drammaticità: dalla fine del suo settimo governo (aprile 1992), alla vigilia del processo di Palermo. In mezzo c´è la mancata conquista del Quirinale, la strage di Falcone, il colpo delle accuse di omicidio e associazione mafiosa; quindi la disperazione, la malattia, l´insonnia, così intensa da trasmettere sul piano dei silenzi, del buio e dei chiarori di una Roma che vede l´ennesimo crollo di un potere. Sullo sfondo il tarlo che Montanelli espresse nell´interrogativo: o Andreotti è il più grande perseguitato, o è il più grande criminale di questo paese. «Comunque un frammento di storia - secondo Sorrentino - che consente di raccontare noi stessi e il presente».
Metafore, visioni, flash-back. I modelli di riferimento sono Martin Scorsese e Oliver Stone; per quanto riguarda l´Italia, «la lezione di Rosi e di Scola, con le urgenze e le priorità che il cinema ha ancora il dovere di porre agli spettatori». Ma Il Divo non è un film a tesi: «Sistematizza i fatti, muovendosi lungo canali d´imparzialità oggettiva. Non mi interessa di prendere posizione, tocca allo spettatore risolvere, se ci riesce, l´enigma andreottiano».
L´unica licenza riguarda il caso Moro: «Mi sono permesso di creare un rapporto a distanza, ininterrotto». Risuonano terribili le parole dello statista ucciso. Quelle più dure nei confronti di Andreotti, «gelido e chiuso nel suo cupo sogno di gloria», con quello spaventoso presagio: «Lei passerà alla triste cronaca che le si addice». Ma anche le parole dolci rivolte dal prigioniero al nipote Luca. La chiave interpretativa è che dietro il pudore, l´imperturbabilità e perfino la cinica maschera andreottiana si celi un autentico dolore». Forse anche un inestinguibile rimorso: «Qualcosa che non lo molla mai. Moro è la sua vera emicrania, anche se lui ce l´ha da prima».
La sfida artistica consiste nel rendere in immagini un mondo che per sua natura e vocazione è anti-spettacolare. E di farlo nel tempo rapido e scintillante della tv: «La Dc - per intendersi - non è la Costa Smeralda, ma una ragnatela di rapporti astrusi e di sfumature impalpabili. Lo stesso protagonista è fermo, vive seduto. Si tratta di movimentare ciò che è statico». In questo un aiuto può venire dalla musica che non sarà sinfonica, ma irta di suggestioni rock e anche punk. Visto e ascoltato da vicino, Andreotti continua ad offrire arcani che forse si disvelano fuori del tempo e dello spazio. Una contraddizione vivente che almeno al cinema si può risolvere nel suo doppio e nel suo contrario.

Mi ha fatto tornare in mente un passaggio dall'ultimo libro di Vitaliano Trevisan, Il ponte. Questo:

"E non è mia intenzione raccontare una storia: il mondo ormai soffoca nelle storie e nelle cosiddette narrazioni, e tutto è storia e narrazione, a prescindere dal contenuto. Nel paese che mi ostino ancora a chiamare mio, ma che non è mai stato mio, la cosa assume aspetti perversi. C'è gente che ha fatto fortuna raccontando storie di delitti e di stragi, più o meno di stato, che di continuo vengono raccontate e ricostruite e narrate fin nei più piccoli dettagli, senza per questo arrivare mai a mettere la parola fine. Così, pensavo, non si fa che ri-costruire e ri-raccontare la storia di un fallimento, sempre lo stesso, che è il fallimento collettivo di una nazione che è crollata su se stessa e non ha saputo far altro che aggiungere rovina a rovina, che non ha saputo nemmeno consolidare quelle rovine che, nella maggior parte dei casi, addirittura non riesce a percepire come tali, che dalla storia, e dalle storie, non ha mai saputo né voluto trarre insegnamento, ne ha mai voluto soffermarsi su quella costante, quella sì una cosa da ricordare, che hanno in comune tutte queste storie e queste narrazioni, ovvero l'assenza della parola fine. In una parola, pensavo, l'assenza del colpevole. Anche coloro che sono stati dichiarati colpevoli, dopo un po' non sono più colpevoli...."

Intanto, nella mia testa: le parole RICONCILIAZIONE  e APOCALISSE (una recensione di Michael Chabon a The road, di Cormac McCarthy, sulla New York Review of Books).

PS. Sulle PAROLE DA SALVARE, qui.
postato da: ghiaccioblu alle ore 10:18 | link | commenti (3)
categorie: parole, cinema, storie, cose che succedono in giro