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giovedì, 31 gennaio 2008

Non è metafora



P1010074Non è metafora sentire l'influenza dei morti sul mondo, proprio come non è metafora sentire il cronometro al carbonio 14, il contatore Geiger che amplifica il debole respiro della roccia, vecchia di cinquantamila anni. Non è metafora essere testimoni della stupefacente fedeltà dei minerali magnetizzati, che anche dopo centinaia di milioni di anni puntano sempre verso il polo magnetico....Possiamo desiderare ardentemente un luogo; ma anche i luoghi desiderano. La memoria umana è codificata nelle correnti d'aria e in ciò che sedimenta sul fondo dei fiumi. I fiocchi di cenere attendono di essere raccolti, le vite di essere ricostruite.

Anne Michaels, In fuga

Auschwitz I, il 27 gennaio era pieno di gente: scolaresche affollate in spazi angusti, in fila per uno nei sotterranei, ammassate davanti alle reliquie custodite dietro enormi teche di vetro, concentrate a guardare le installazioni dell'orrore: una montagna di capelli ingrigiti dal tempo, e poi scarpe, migliaia di scarpe, da donna, da uomo, da bambino, e protesi, busti ortopedici, occhiali, spazzole, catini, valigie. Qualcuno piange davanti ai vestitini dei bambini, qualcuno davanti ai capelli tagliati, qualcun'altro davanti al muro delle fucilazioni.  Auschwitz I è una cittadina di mattoni rossi, è un Museo della Memoria. Fuori dalle finestre, il cielo bianco e un vento gelido. Io non piango. Non sento niente. Guardo. Ascolto. Prendo appunti mentali. Auschwitz II- Birkenau, invece, è la fabbrica della morte. Il binario che arriva dentro il campo. I resti delle baracche, quelli dei crematori. Una gigantesca, ordinata, efficiente fabbrica della morte che dà l'idea di un'organizzazione perfetta, ritmicamente inappuntabile. La nostra guida, Margherita, è un'insegnante polacca che parla benissimo italiano, è appassionata, emotiva. E' brava, ma io non la ascolto, dopo un po', non la ascolto più. Mi stacco dal gruppo, faccio silenzio dentro. Auschwitz II- Birkenau è l'assurdo. L'irreale. Per qualche minuto mi attraversa un ombra gelata. Il pensiero che tutto questo sia stato davvero, come sostengono certi negazionisti, esagerato, addirittura inventato. Sì, penso, Birkenau è un inferno freddo ideato e messo in scena da un artista sfrenato e geniale. Birkenau non può essere un luogo della realtà. E' un'astrazione. Qualcuno piange davanti ai resti delle camere a gas. Molti si commuovono nella baracca dei bambini, con i disegni affrescati sul muro. Altri crollano alla baracca con l'ospedale delle donne dove si aspettava solo di morire e dove i corpi, quando non si riusciva a smaltirli in fretta, rimanevano accatastati all'aperto, sulla terra nuda, protetti allo sguardo da alti muri rossi, mentre Margherita racconta l'immagine descritta nel libro di una sopravvissuta, quella di una bambina dagli occhi vuoti che accarezza i capelli della madre ormai quasi morta. Io sono ancora nel boschetto, da sola. C'è un tabellone con una fotografia sfocata, storta, una delle tre foto di Auschwitz scattate di nascosto dai prigionieri e che sono arrivate fino a noi. Una fila di donne sotto questi stessi alberi, nude, in movimento. Stanno per essere condotte alla camera a gas. E' il Crematorium V. All'ombra di questi alberi, in questo posto perfetto per una domenica di festa, per un pic nic all'aperto, donne, vecchi e bambini aspettavano il loro turno, senza sapere per cosa. C'è silenzio, un sole pallido che scalda appena la schiena, l'erba troppo verde, il fruscio delle foglie. Il senso d'irrealtà ha la meglio, e insieme al freddo mi intorpidisce le dita, e tutto il resto.

boschettoBN
postato da: ghiaccioblu alle ore 12:02 | link | commenti (9)
categorie: viaggi, scrivere, storie, memoria, tempo, silenzio, identità
giovedì, 24 gennaio 2008

Non andate (o andate?) ad Auschwitz

auschwitz_big                      Auschwitz, una fossa comune.

Quest'anno, sul 'treno per Auschwitz' che parte domani pomeriggio da Carpi e arriva a Cracovia sabato verso sera, ci sono anch'io. Sul numero di Vanity Fair in edicola questa settimana, Alessandro Piperno, in un articolo provocatorio intitolato "Non andate ad Auschwitz" scrive: L' Olocausto non è un'esperienza collettiva. Ma individuale.(...) E' da anni che guardo con sospetto qualsiasi ricorrenza che tende a celebrare la morte di tutti quegli ebrei. Perché so che se costringi a ricordare per editto la gente diventa insofferente e cattiva." E ancora, "simboli, astrazioni, rituali, retorica...ecco i nuovi nemici di quei tanti morti che non riposano in pace." Capisco il suo punto di vista. E capisco che la retorica spesso svuota di senso, è guscio, frammento morto che parla una lingua morta. Ma la mia domanda è: meglio quindi l'oblio? Non credo. Trovare una lingua che respiri per continuare a ricordare quello che è accaduto, a degli individui, certo, ma per estensione a tutto il genere umano. Il mio modo e quello di tanti altri che domani partiranno con me è salire su quel treno che da Carpi arriva fino in Polonia: lo stesso percorso che gli internati nel campo di Fossoli hanno fatto per essere deportati nei lager nazisti. Provare a immaginare, a sentire, a condividere. Per quanto è possibile.
postato da: ghiaccioblu alle ore 12:04 | link | commenti (9)
categorie: viaggi, memoria, cose che succedono in giro