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lunedì, 16 giugno 2008

Qualcosa che non va

Sì, c'è decisamente qualcosa che non va: sabato e domenica, in treno, correndo 'verso e da' una serata obbligata che assomigliava al set di un film di Sorrentino, ho letto Sunset Limited, l'ultimo libro di Cormac McCarthy, e l'ho trovato insopportabile. Di ritorno, nelle pause di scrittura tra dieci sofferte righe espulse e cinque cancellate, ho cominciato Diario di un anno difficile, l'ultimo libro di J.M.Coetzee, e mi sono sorpresa a correre in avanti per vedere se migliorava o se la noia avrebbe continuato impietosa a battermi nelle orecchie. Ho deciso di fermarmi a pagina 93. Forse non è il momento, ho pensato. O forse è che davvero, io e la narrativa, in questo momento abbiamo poco da spartire. Sono tornata al manuale di Medicina nel Mondo Classico, e alle impugnature di bisturi di età romana con sollievo. Passerà?

postato da: ghiaccioblu alle ore 22:23 | link | commenti (9)
categorie: scrivere, libri, leggere, privato
martedì, 19 giugno 2007


Sul Corriere della Sera di ieri, un pezzo di Raffaele La Capria che parla di "distrazione" e della "giusta distanza dai fatti.

"Certo è che da un po' mi sono dedicato all' esercizio della «distrazione vigilante», un esercizio complicato che consiste nel tenere la memoria pulita da tutte le incrostazioni che vi potrebbero attecchire. I giornali si occupino - e bene fanno - dei fatti che accadono, ma a me sarà concesso di occuparmi dei fatti dell' anima e di rivolgermi quelle domande, o dovrei aspettare proprio l' ultimo momento?".

Mi sarà concesso, si domanda, anche data l'età, che si approssima alla fine? E infatti, se non ora, quando? Sarà che ogni tanto -spesso- capita anche a me che ho cinquant'anni meno di La Capria e la speranza di non morire domani, di boccheggiare nel tentativo di tenere aggiornati i files mentali: politica interna, politica estera, guerre, schieramenti, disastri ambientali, questioni etiche, dibattiti culturali e via elencando. Alle volte -spesso- mi sento sopraffatta. La mole di informazioni cui siamo quotidianamente sottoposti è umanamente ingestibile. E, temo, inutile. La vita non è il racconto della vita. Non solo.
postato da: ghiaccioblu alle ore 14:37 | link | commenti (3)
categorie: leggere, privato
venerdì, 15 giugno 2007


libri da leggere
Leggo all’ora di pranzo, quando il sole picchia troppo forte per stare sullo scoglio, le tende azzurre tirate, stravaccata sul divano, in penombra. Pile di libri nuovi e libri da rileggere. Ho battezzato uno scaffale sul quale riporre quelli finiti e li guardo crescere. Come Dio comanda di Niccolo Ammaniti, letto in due giorni. Martin Eden di Jack London, riletto in quattro. Come un’onda che sale e che scende di W.T.Vollmann, qualche pagina al giorno: una medicina, presa senza esagerare. Oggi Snack Bar Budapest di Marco Lodoli e Silvia Brè. (Trovato alla libreria di Orbetello che vende usati e che regolarmente saccheggio, riempiendomi le dita di polvere e gli zaini di tesori inaspettati. Come l’anno scorso I racconti di Odessa di Isaak Babel e la prima edizione italiana di Paura di volare di Erica Jong. Amo i libri usati. L’odore della polvere, le iniziali cifrate, le dediche, le sottolineature di uno sconosciuto con la mia stessa passione per le mine sottili le righe verticali a bordo pagina e gli asterischi.) Qui, riscopro il piacere della lettura fine a se stessa. Quel piacere che spesso chi si occupa di libri per lavoro perde o sfibra nel tempo, costretto com’è a leggere quello che deve e non quello che gli va. Qui leggo per leggere. Leggo come leggevo da bambina, sbavando le pagine di marmellata d’arance e facendoci cascare in mezzo le briciole e i semi della finocchiona, leggo devastando le pagine con spruzzi d’acqua salata, orecchie segnalibro e scarabocchi. Leggo perché leggere è la cosa che so fare meglio al mondo. Con più abbandono. Leggo nel tardo pomeriggio su alla Rocca, davanti al mare aperto, con il vento che mi sbatte contro e i gabbiani che planano sopra la mia testa (quei pochi superstiti, ché ormai i gabbiani stanno tutti a Roma a ingozzarsi di rifiuti umani: il pesce, nel nostro mare scarseggia). Leggo di notte, alla luce di una lampada, le finestre spalancate sul mare bastardo finalmente in calma di vento, quando a nuotare non vado e dunque non serve. Oggi ho pensato a tutti quelli chiusi negli uffici o incolonnati in tangenziale con l’aria condizionata. Giornate intere sottratte alla vita. Giornate intere, e notti, senza nessuna idea del mondo là fuori. Del colore del cielo, l’odore del vento, l’erba sotto la pianta dei piedi. Tutti quelli che dicono: non ho il tempo, per leggere. E ho riletto ancora una volta la trascrizione dell’intervista di Ophra Winfrey a  Cormac McCarthy che il Foglio ha pubblicato la settimana scorsa ( qui i link: www.ilfoglio.it/pdfdwl/11117200_5.pdf ). Il punto in cui dice: E ho sempre saputo che non volevo lavorare. Ho sempre pensato che si è qui una volta sola, che la vita è breve e che passare ogni giorno a fare quello che altri ti dicono di fare non è il modo giusto di vivere. E non ho nessun consiglio da dare su come farlo, tranne che se ci si impegna a fondo è probabile che ci si riesca. (Non lavorare) era la mia priorità numero uno.” Certo, aggiunge, bisogna impegnarsi. Non è che basta star lì a non far niente. Pure non lavorare è un lavoro, però più piacevole. Anche io ho sempre lavorato sodo per non lavorare. Ho avuto fortuna, ma mi sono anche impegnata. Lo sapevo già da bambina che non avrei consegnato il mio tempo nelle mani di nessuno. Lo sapevo che lo scopo di tutto, la cosa essenziale, per me, era essere libera. Nessuno a dirmi cosa, come, quando. E se per anni mi sono vergognata - perché hai voglia far capire alla gran parte della gente che leggere, scrivere, tradurre SONO lavoro, e non sollazzo - adesso non mi nascondo più. Sì. Io gestisco il mio tempo come mi pare. Posso mettermi al computer alle due di notte e passare la giornata a fare il bagno. Posso permettermi di mandare affanculo la città rovente d’estate, quella pianura che ti leva il fiato e ti schianta la pressione già dalla mattina e guardare il mare dalla finestra. Questo non significa che sia stato facile. Significa solo che ho sempre saputo che non volevo lavorare. Volevo scrivere, e essere libera. Ho ridotto per anni i miei bisogni. I soldi che avevo -pochi- mi sono sempre serviti per l’affitto, i libri e le cose essenziali. Come dice Cormac: scarpe e cibo. Lui ci è riuscito. E anche io, fino ad ora, ci sono riuscita. Auguro a tutti quelli che hanno lo stesso sogno/bisogno di riuscirci anche loro. Mai più, come scrive Guy Debord ne Il pianeta malato, “il lavoro umano in quanto lavoro alienato, salariato.

Nuvole grigio acciaio basse sul mare e vento forte: niente spiaggia oggi. Si scrive, e si legge. Si lavora senza lavorare. Contemplo senza angoscia la fila di libri da leggere, e so che davanti a me, e intorno, ho tutto il tempo per traghettarli di là, sullo scaffale di quelli finiti.


in letturaPs Chiedo scusa se non ci sono tutti i link ai libri citati ma la connessione qui è ballerina e prende troppo tempo, alle volte.
postato da: ghiaccioblu alle ore 12:14 | link | commenti (52)
categorie: libri, leggere, privato
mercoledì, 09 maggio 2007

bib_libreriaUno scorcio della 'casa biblioteca' di Giuseppe Pontiggia a Milano

Le utopie della lettura è il titolo di un breve saggio di Giuseppe Pontiggia raccolto in un libretto dal titolo omonimo che la Fiera del Libro di Torino nel 1999 fece stampare in edizione limitata come omaggio agli autori invitati quell'anno (lo deduco dal fatto che nel frontespizio c'è scritto COPIA RISERVATA A e sotto c'è stampato il mio nome. -L'ho ritrovato in uno scatolone dove giacevano i libri più disparati: dalla grammatica greca al terribile Noi di Richard Mason.- L'ho letto d'un fiato, stanotte, riempiendolo di asterischi e sottolineature, ridendo da sola, e ricordando l'ironia lieve e al tempo stesso ferocissima di quell'uomo gentile e dall'apparenza tanto mite. Un lampo: l'immagine della sua casa milanese nella quale andai a intervistarlo nel 2000, una biblioteca d'Alessandria, un incubo borgesiano, libri da tutte le parti, in larghezza, altezza, diagonale, libri come tappezzeria e pavimento e soffitto, libri che si aprivano su altri libri in una vertigine di spazi smisurati che raccontavano di tutte le utopie dell'abitante di quella casa magica. L'utopia della salvezza, della completezza, dell'eternità, dello spazio, dell'onnipresenza, della compartecipazione, della razionalità... Tutte le utopie impossibili di ogni bibliofilo (o bibliomane).
Il libro (che è una raccolta di brevi saggi già apparsi in altri luoghi) si apre con una domanda, LA domanda, "Perché leggere?"
Le prime righe:
"Perché leggere è oggi diventata una domanda sintomatica quanto ricorrente. Anzi, non è neppure una domanda, manca il punto interrogativo. Se ci fosse, forse favorirebbe, se non la risposta, il dubbio. Già, perché leggere?
Spesso le domande sono ingannevoli. Noi chiamamo retoriche quelle che suggeriscono la risposta, ma non meno ambigue sono quelle che già rispondono a metà. Chi è Dio? chiede il catechismo, che è uno degli esempi eucumenici di linguaggio autoritario. Ma anzitutto, Dio c'è?"

Naturalmente a queste due domande non c'è una risposta definitiva. Probabilmente non c'è affatto una risposta. Quella che Pontiggia prova a dare alla prima è questa: "Il libro vive solo in quanto ci modifica." "Perché leggere? Se si fosse sinceri, non sarebbe una domanda. E neanche una risposta. Sarebbe dire perché respirare e vivere."

A me viene da aggiungere che si legge perché quelle utopie che ci abitano -quelle utopie senza le quali non saremmo niente-  è così che si alimentano. Così che trovano il modo per respirare -e farci respirare- meglio.  E' anche così -leggendo- che si impara a riconoscere un linguaggio autoritario quando ci si presenta davanti e si può quindi tentare di smontarlo, utilizzando le sue stesse astuzie, i suoi stessi ingegnosi strumenti.

Ecco, Giuseppe Pontiggia è una di quelle persone che rimpiango di non aver potuto conoscere meglio. Di maestri come lui, oggi ce ne sarebbe ancora -più che mai- bisogno.

*Le  Opere  nei Meridiani Mondadori.
postato da: ghiaccioblu alle ore 13:47 | link | commenti (10)
categorie: parole, libri, leggere, potere