INTP - "Architect". Greatest precision in thought and language. Can readily discern contradictions and inconsistencies. The world exists primarily to be understood. 3.3% of total population.
U.P.H. "Esiste una specie di cannibalismo del soggetto; se non riesci a uscire dai tuoi pensieri coatti, a superare le tue nevrosi attraverso la scrittura, se non puoi canalizzarle in un flusso narrativo, ti ritrovi un giorno come un cadavere che galleggia, morso e decomposto."
R.M. "E' il cannibalismo degli scrittori, cioè l'essere divorati da se stessi. Bisogna cibarsi di qualcos'altro. Io devo sfamare il cannibale che è in me esplorando temi che non siano collegati alla mia persona. Devo uscire da me stesso."
"IO SCRIVO IN TERZA PERSONA SINGOLARE", urla improvvisamente il flaneur. "MI DA' UN SENSO DI SICUREZZA. SPERO DI NON DOVER MORIRE PRESTO."
Ho scritto una sola volta in una prima persona singolare vera: ho l'impressione di non aver mai mentito tanto. Come il flaneur, IO SCRIVO IN TERZA PERSONA SINGOLARE. E ho da sempre la sensazione che quel pronome personale, IO, sia il più fallace di tutti.
Non c'è nessun Dio, disse Ely.
No?
Non c'è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti.
The road. Leggo Cormac McCarthy in lingua originale. Un inglese terso, preciso. Leggo di notte, nel silenzio, solo una piccola lampada accesa sulla pagina, il dizionario appoggiato di fianco, in caso capiti una parola che non conosco.
Quando si svegliò nel bosco nelle tenebre e nel freddo della notte si sporse per toccare il bambino che dormiva di fianco a lui. Notti più buie delle tenebre e i giorni sempre più grigi di quelli che li avevano preceduti. Come i sintomi iniziali (inizio) di un freddo glaucoma che incominciava ad offuscare il mondo.
(...)
Posso farti una domanda? disse. Sì. Certo.
Moriremo?
Un giorno. Non adesso.
E stiamo sempre andando verso sud.
Sì.
E quindi farà caldo.
Sì.
Okay.
Okay cosa?
Niente. Okay e basta.
Ora dormi.
Okay.
Sto per spegnere la lampada, d'accordo? Sì, okay.
E poi, più tardi, nel buio: Posso chiederti una cosa?
Sì, certo che puoi.
Cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch'io. Per stare con me.
Sì, per stare con te.
Okay.
...Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia*. Disse: se lui non è la parola di Dio Dio allora non ha mai parlato.
Ho aspettato che il mio romanzo fosse quasi alla fine. Perché lo sapevo che c'era qualcosa, qui, che dovevo leggere in un momento preciso: questo. Non prima. Non dopo.
Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter in ordine le cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.
Diane Arbus
Mi addormento guancia a guancia con il gatto, il ron-ron tiepido nell’orecchio, dieci minuti di buio in pieno giorno. Intorno a me, il mondo di colpo è in bianco e nero, il bambino con la bomba in mano mi guarda -muto, gli occhi sbarrati- poi arrivano le gemelle, la ragazzina down con la corona di carta che le aureola la testa, le tre nane a braccetto, il travestito dolente con le calze di seta, e quattro esseri indefinibili con maschere di cartapesta che gli nascondono il volto. Un racconto di Flannery O'Connor filmato da David Lynch. C’erano bocche senza denti, occhi storti, bambini tristi e vecchi pazzi. E una ragazza con lo sguardo inquieto che scattava una foto a se stessa riflessa dentro uno specchio, nuda, mutande candide da bambina su un corpo diventato adulto da poco. Diane Arbus. Il mito. La maledetta. La cacciatrice di mostri. La suicida. Mi sono svegliata di scatto, il libro aperto sul lato del letto che chiamo ‘la parte di colui che grazie al cielo mai arriverà’. Un cerchio di grafite intorno a quella frase in esergo. Peccato, perché era un mondo in cui sarei rimasta ancora volentieri, già mi ero adattata, nessun desiderio di mettere in ordine niente, a parte aggiustare il tiro del mio, di sguardo. Avrei voluto sentire cosa avevano da dirmi tutte quelle strane persone, ognuna la sua storia, ognuna una diversa intuizione del Mistero. Dell'Ombra.
Raccontano che alla prima esposizione delle fotografie di D.A. qualcuno sputò sulle stampe, indignato: cerchi l’orrido, la trasgressione fine a se stessa, hai il gusto dello scandalo, sei morbosa.
Sì, era morbosa, Diane Arbus. Cercava se stessa nella deformità, nella follia, nella normalissima – straordinaria- bruttezza, aveva occhio per le sproporzioni, orecchio per le dissonanze (era smisurata, nell'impero delle misure, come scriveva Marina Cvetaeva) e probabilmente, quando si guardava allo specchio non vedeva il volto d’angelo triste che si portava appresso come una condanna. Lei era dall’altra parte. E conosceva l’abisso del suo cuore. Per le strade andava in giro a cercare i suoi simili, quelli che l’abisso lo portavano stampato addosso, evidente. L’hanno definita fotografia della deriva, la sua. Pedinava i suoi soggetti, ma non li spiava, non li fotografava di nascosto, chiedeva il permesso e loro si mettevano in posa per lei. Chissà se le si affidavano perché sentivano che dentro, lei era come loro...
Non c’è pietà, nelle foto di Arbus, non c’è giudizio, è questo che ho pensato riprendendo in mano il libro, c’è empatia, condivisione, e indecenza, nel senso più alto del termine. C’è ossessione. C'è il tentativo di sovvertire le regole della visione, di ribaltare lo sguardo.
“La fotografia quasi sempre è complice dell’umanitarismo d’accatto” scrive Bertelli. Le foto di Boris Mikhailov che ho postato qualche giorno fa credo che vadano nella medesima direzione di quelle della Arbus. Non c’è l’odioso umanitarismo d’accatto, non c’è pietà. Non si tratta di cronaca. Non si parla di bene o male astratti. Si parla di vita. Di esseri umani. Di empatia. E di indecenza. Perché la decenza –e la convenienza, e il decoro- è quanto di peggio ci si possa augurare. Nell’arte. E nella vita.
(Morboso: Obiettivamente anormale e assurdo, opprimente e talvolta addirittura ossessivo.
Indecente: Apertamente contrario a un conveniente e decoroso rispetto della propria o altrui dignità.)
BORIS MIKHAILOV. E' stato al MOMA di New York l'anno scorso che ho visto le sue fotografie per la prima volta. Non avevo ancora idea di quanto quelle immagini che guardavo a bocca aperta, la testa inclinata e la schiena un po' curva, si sarebbero incastrate nella mia immaginazione. La serie si chiamava U zemli - On the ground (1991). La città raccontata da quelle immagini color seppia, schiacciate al suolo -appese molto in basso, per scelta dell'autore, in modo da costringere chi guarda a una fatica percettiva, a fare uno sforzo verso il basso, farsi piccolo, a scendere a livello del terreno- era Kharkov city. Ucraina. Sul taccuino avevo scritto: Ricordatelo, ricordati questa fatica nello sguardo. Questa postura innaturale alla quale ti costringe e che ti fa guardare con più attenzione: ti fa sentire qualcosa che altrimenti non sentiresti. Come applicare questa cosa alla scrittura? Boris Mikhailov - see also Case History.
Case History è una serie di circa 400 fotografie. A tratti insopportabili. Documentano lo stato di una parte di popolazione dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Immagini che parlano di povertà, disperazione, alcolismo. Senza filtri. Sono i corpi a parlare. I tatuaggi. Le gengive sdentate, la pelle avvizzita, le cicatrici. Il tempo che si incide sui corpi. La malattia. La morte. La verità.
On the one hand, for myself personally, I understand that taking pictures of poverty was my professional and civil duty. On the other hand, I accept traditional clichés about 'not using others' grief" But what does "others' grief" mean? And how must a photographer behave?
B. Mikhailov
Da un lato, per quanto mi riguarda personalmente, io so che fare fotografie per documentare la povertà era mio dovere civile e professionale. Dall'altro, accetto anche quei clichés tradizionali che dicono che non si dovrebbe usare il dolore degli altri. Ma cosa significa 'dolore degli altri? E come dovrebbe comportarsi allora un fotografo?
B.M.
E uno scrittore? Dovremmo restarcene muti a guardare? Oppure distogliere lo sguardo, tapparci la bocca, parlar d'altro? Mi è tornata in mente Christa Wolf, stamattina, e quella sua domanda, che è anche mia, e che da anni mi perseguita :
"Ma dove comincia il maledetto dovere di chi scrive -il quale, che lo voglia o no, e' un osservatore, altrimenti non scriverebbe, ma combatterebbe o morirebbe- , e dove finisce il suo maledetto diritto?" C.W., Trama d'infanzia