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mercoledì, 16 aprile 2008

Compiti, e orizzonte


(...) Lasciamo perdere l’idea di ricostruire la sinistra, perché la sinistra non ci serve. E’ un concetto vuoto, che si può riempire soltanto di passato. La società non ha bisogno di un nuovo apparato di mediazione politica. Non ci sarà mai più mediazione politica. Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi.

Non possiamo combattere quella guerra sul piano della violenza, per la semplice ragione che la perderemmo. La società deve costruire le strutture della sua autonomia culturale: dissolvere le illusioni che sottomettono l’intelligenza al lavoro al consumo e alla crescita, curare lo psichismo collettivo invaso dai veleni della paura e dell’odio, creare forme di vita autonoma autosufficiente, diffondere un’idea non acquisitiva della ricchezza. Non abbiamo altro compito. Ed è un compito gigantesco.

Franco Berardi Bifo, L'orizzonte, l'articolo completo uscito ieri su Carta, qui.


Momenti di smarrimento in cui penso di appendere un poster di Paris Hilton allo sportello del frigo ed eleggerla a icona e modello di vita. Momenti di delirio in cui penso: dato che forse posso, voglio una villa con la tavernetta, voglio pagare meno tasse, mi compro un suv bello alto che domina la strada, voglio la casa al mare, il congelatore pieno di cernie e faraone ripiene già belle che pronte, la cantinetta con la scorta di vini pregiati, voglio dormire serena dietro le mie inferriate e l’allarme inserito, voglio bandire la parola ‘etica’ dalla mia vita. E affanculo a quelli più sfigati di me. (E questo modello di pensiero vale anche per quelli senza villetta e senza suv, perché per ogni grado di sfiga, esiste un grado inferiore). Voglio essere anch’io come loro. Quelli così. Però poi penso che quelli così sono disperati, vivono nell'odio e nella paura, paura della diversità, paura di perdere i propri privilegi, paura di affondare, di non farcela, paura da riempiere di psicofarmaci, di ore e ore di televisione, paura a cui sfuggire rifugiandosi in un centro commerciale o in un outlet e costruendo barriere sempre più alte, bunker sempre più profondi.
Mi sento un’inutile zavorra, in questi giorni, zavorra di un Paese che del mio sguardo non ha il minimo bisogno. Io, lo stolto che guarda il dito mentre gli indicano la luna.

Intanto, tra due giorni parto, e vado in un Paese dove non esistono strade e non ci sono cantieri, un paese senza villette a schiera e senza fabbriche, ma dove lo stesso, un popolo libero si sta condannando all’autoestinzione pur di non sottomettersi al modello occidentale. Forse hanno ragione loro: ubriacarsi fino a collassare. Suicidarsi. Scappare.
Poi invece no. Poi torno e lo so che occorre continuare a fare, fare più di prima, e allora parto tenendomi a mente le parole che mi ha scritto ieri un amico giornalista. Queste:

Simona Vinci. Parti, tu che puoi. Se facessi il tuo mestiere avrei già preso un bellissimo treno per la mia adorata Berlino. L'italia è diventata come San Severo, il posto in cui sono nato, un paese da dimenticare.

Ieri sera attraversavo i viali a testa bassa sotto la pioggia, una macchina ha inchiodato davanti alla strisce pedonali e mi ha fatto passare. La prima cosa che ho pensato è stata che il leghista al volante mi aveva graziato. Ho la stessa sindrome di accerchiamento che provavo dopo Genova.
Chi resta deve darsi da fare. Lavorare, consumare suole di scarpe, raccontare quello che succede in Veneto, nelle fabbriche.
Devo smettere di angosciarmi. Sarà durissima.

Sarà durissima, sì.

postato da: ghiaccioblu alle ore 12:08 | link | commenti (17)
categorie: privato, polemica, potere, identità
martedì, 18 marzo 2008

naufragi

testata10 marzo - 5 aprile Naufragi, il festival delle fragilità metropolitane. Un festival che induca chi vi partecipa a lasciarsi andare alla deriva per perdersi, per poi ritrovarsi. Un’idea del naufragio lontano dalla sconfitta, ma come momento che prelude ad un arrivo, ad un porto sicuro. Disagio sociale, genere, migranti, nomadi: 4 temi per 4 filoni di approfondimento, per iniziare.

Cliccando sul banner, il sito con il programma. Segnalo due appuntamenti, il primo giovedì 3 aprile:

Porte aperte: Le strutture di accoglienza visibili a tutti. Arte e cittadinanza per i senza dimora.

Ora, non è che gli altri giorni questi posti non siano visibili, è solo un modo -detto tra noi un po' criptico- per invitare tutti i cittadini che abbiano tempo e voglia, a farsi un giro nei luoghi in cui si cerca di dare una mano a chi ne a bisogno. In particolare, invito chi ne avesse voglia a venire al Centro Diurno di Via del Porto 15, Bologna, dove troverà la redazione di Asfalto al completo. (Speriamo! Io farò di tutto per esserci, nel pomeriggio).

Altro appuntamento, venerdì 4 aprile al Cinema Lumiere di via Azzo Gardino 65 alle ore 14.30. Quando, nella sezione Dimoranti e senza dimora, Asfalto parteciperà al convegno portando il suo lavoro e le parole di chi vive la strada ogni giorno.
giovedì, 31 gennaio 2008

Non è metafora



P1010074Non è metafora sentire l'influenza dei morti sul mondo, proprio come non è metafora sentire il cronometro al carbonio 14, il contatore Geiger che amplifica il debole respiro della roccia, vecchia di cinquantamila anni. Non è metafora essere testimoni della stupefacente fedeltà dei minerali magnetizzati, che anche dopo centinaia di milioni di anni puntano sempre verso il polo magnetico....Possiamo desiderare ardentemente un luogo; ma anche i luoghi desiderano. La memoria umana è codificata nelle correnti d'aria e in ciò che sedimenta sul fondo dei fiumi. I fiocchi di cenere attendono di essere raccolti, le vite di essere ricostruite.

Anne Michaels, In fuga

Auschwitz I, il 27 gennaio era pieno di gente: scolaresche affollate in spazi angusti, in fila per uno nei sotterranei, ammassate davanti alle reliquie custodite dietro enormi teche di vetro, concentrate a guardare le installazioni dell'orrore: una montagna di capelli ingrigiti dal tempo, e poi scarpe, migliaia di scarpe, da donna, da uomo, da bambino, e protesi, busti ortopedici, occhiali, spazzole, catini, valigie. Qualcuno piange davanti ai vestitini dei bambini, qualcuno davanti ai capelli tagliati, qualcun'altro davanti al muro delle fucilazioni.  Auschwitz I è una cittadina di mattoni rossi, è un Museo della Memoria. Fuori dalle finestre, il cielo bianco e un vento gelido. Io non piango. Non sento niente. Guardo. Ascolto. Prendo appunti mentali. Auschwitz II- Birkenau, invece, è la fabbrica della morte. Il binario che arriva dentro il campo. I resti delle baracche, quelli dei crematori. Una gigantesca, ordinata, efficiente fabbrica della morte che dà l'idea di un'organizzazione perfetta, ritmicamente inappuntabile. La nostra guida, Margherita, è un'insegnante polacca che parla benissimo italiano, è appassionata, emotiva. E' brava, ma io non la ascolto, dopo un po', non la ascolto più. Mi stacco dal gruppo, faccio silenzio dentro. Auschwitz II- Birkenau è l'assurdo. L'irreale. Per qualche minuto mi attraversa un ombra gelata. Il pensiero che tutto questo sia stato davvero, come sostengono certi negazionisti, esagerato, addirittura inventato. Sì, penso, Birkenau è un inferno freddo ideato e messo in scena da un artista sfrenato e geniale. Birkenau non può essere un luogo della realtà. E' un'astrazione. Qualcuno piange davanti ai resti delle camere a gas. Molti si commuovono nella baracca dei bambini, con i disegni affrescati sul muro. Altri crollano alla baracca con l'ospedale delle donne dove si aspettava solo di morire e dove i corpi, quando non si riusciva a smaltirli in fretta, rimanevano accatastati all'aperto, sulla terra nuda, protetti allo sguardo da alti muri rossi, mentre Margherita racconta l'immagine descritta nel libro di una sopravvissuta, quella di una bambina dagli occhi vuoti che accarezza i capelli della madre ormai quasi morta. Io sono ancora nel boschetto, da sola. C'è un tabellone con una fotografia sfocata, storta, una delle tre foto di Auschwitz scattate di nascosto dai prigionieri e che sono arrivate fino a noi. Una fila di donne sotto questi stessi alberi, nude, in movimento. Stanno per essere condotte alla camera a gas. E' il Crematorium V. All'ombra di questi alberi, in questo posto perfetto per una domenica di festa, per un pic nic all'aperto, donne, vecchi e bambini aspettavano il loro turno, senza sapere per cosa. C'è silenzio, un sole pallido che scalda appena la schiena, l'erba troppo verde, il fruscio delle foglie. Il senso d'irrealtà ha la meglio, e insieme al freddo mi intorpidisce le dita, e tutto il resto.

boschettoBN
postato da: ghiaccioblu alle ore 12:02 | link | commenti (9)
categorie: viaggi, scrivere, storie, memoria, tempo, silenzio, identità
giovedì, 05 luglio 2007


2145609200
A Bologna. A casa per tre giorni. (Casa? Leggendo A immaginare una vita ce ne vuole un'altra, di Elena Stancanelli -pagine dedicate a una Roma non ovvia da una scrittura non ovvia- il cuore mi si è stretto e ho avuto spesso la sensazione che ormai casa per me sia più là che qui, nonostante che una vera casa là non ce l'abbia e qui sì...e ho pensato che casa, allora, forse sono le persone che hai voglia di vedere, le strade che hai voglia di attraversare, non che qui non ce ne siano, chiaro, però forse là ce ne sono di più, di persone, e di strade.) Dunque a casa tre giorni, il tempo di fare alcune cose che andavano fatte, incontrare alcune persone che andavano incontrate, e correre al cinema Rialto, sotto casa, a vedere XXY. Asciutto, emozionante, con personaggi che somigliano davvero a persone e non ad astrazioni. Alex ha quindici anni, è un'ermafrodito/a. Che cosa questo significhi esattamente è difficile da spiegare, dato che ogni caso è un caso a sé, diciamo che si tratta di individui che hanno (ometto volontariamente soffrono di) disordini della differenziazione sessuale. E che molto (troppo?) spesso vengono trattati chirurgicamente per definirli dentro il solito schema binario: o maschio o femmina.


Alex, la protagonista di questo film argentino, è una bellissima (perfetta, come la definisce il padre) creatura di quindici anni, e che cos'è di preciso non lo sa. Forse nemmeno vuole saperlo. E' se stessa. Maschio o femmina cosa importa?

Mi ha fatto tornare in mente questa frase di Djuna Barnes, da La foresta della notte:

Noi andiamo ciascuno alla sua casa secondo la nostra natura - e la nostra natura, sia come sia, ci tocca sopportarla....

Io andrei oltre: la nostra natura ci tocca accettarla, comprenderla, imparare ad amarla, sia come sia.

E mi è tornata in mente anche quella bambina che conoscevo così bene, una bambina che si innamorava dei maschi, ma che detestava i vestiti da femmina, i capelli lunghi e giocare alla mammina tra bambolotti e dolciforni e preferiva menare fendenti con le sciabole dei suoi amici, quella bambina che crescendo ha sempre avuto un miglior amico e non una migliore amica, che crescendo ha continuato ad innamorarsi quasi esclusivamente di maschi, ma detestato con passione lo shopping, le scarpe con i tacchi, le movenze da gattina, le serate con le amiche, la lingerie di pizzo e le riviste femminili e non ha mai sognato di trasformarsi in una perfetta sposa e mamma in carriera. Tutto questo, sentendosi costantemente in colpa, costantemente diversa, costantemente giudicata.

Ecco. Per tutti quelli che non sono come altri desidererebbero che fossero. E non si rassegnano a diventare quello che altri vorrebbero farli diventare.



martedì, 26 giugno 2007



(...) Chi si rifiuta il piacere, chi si fa monaco, in qualunque senso, è perché ha una capacità enorme per il piacere, una capacità pericolosa - da cui deriva un timore ancora maggiore. Sono solo quelli che chiudono a chiave le proprie armi che hanno paura di sparare sugli altri. (...)

Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio
postato da: ghiaccioblu alle ore 09:22 | link | commenti (8)
categorie: citazioni, identità, psicoanalisi