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martedì, 18 marzo 2008

naufragi

testata10 marzo - 5 aprile Naufragi, il festival delle fragilità metropolitane. Un festival che induca chi vi partecipa a lasciarsi andare alla deriva per perdersi, per poi ritrovarsi. Un’idea del naufragio lontano dalla sconfitta, ma come momento che prelude ad un arrivo, ad un porto sicuro. Disagio sociale, genere, migranti, nomadi: 4 temi per 4 filoni di approfondimento, per iniziare.

Cliccando sul banner, il sito con il programma. Segnalo due appuntamenti, il primo giovedì 3 aprile:

Porte aperte: Le strutture di accoglienza visibili a tutti. Arte e cittadinanza per i senza dimora.

Ora, non è che gli altri giorni questi posti non siano visibili, è solo un modo -detto tra noi un po' criptico- per invitare tutti i cittadini che abbiano tempo e voglia, a farsi un giro nei luoghi in cui si cerca di dare una mano a chi ne a bisogno. In particolare, invito chi ne avesse voglia a venire al Centro Diurno di Via del Porto 15, Bologna, dove troverà la redazione di Asfalto al completo. (Speriamo! Io farò di tutto per esserci, nel pomeriggio).

Altro appuntamento, venerdì 4 aprile al Cinema Lumiere di via Azzo Gardino 65 alle ore 14.30. Quando, nella sezione Dimoranti e senza dimora, Asfalto parteciperà al convegno portando il suo lavoro e le parole di chi vive la strada ogni giorno.
mercoledì, 17 ottobre 2007


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Era sola e le piaceva. Era così che aveva imparato tutte le cose importanti della vita
.
Walter Tevis


Non ho mai imparato a giocare a scacchi. Non so nemmeno bene in che direzione si muova un pedone. Vagamente, ricordo di essere stata seduta per forse cinque o sei minuti, in tempi molto remoti, con i gomiti puntati davanti a una scacchiera a guardare le caselle bianche e nere, sopraffatta dall'angoscia. Qualcuno parlava, forse era mio padre, forse qualcun'altro, non ricordo. I pezzi mi facevano paura quasi quanto i numeri. Era una specie di abisso spalancato davanti a me, un abisso di possibilità, probabilità, calcoli. Strategia. Robe che crescevano esponenzialmente, che si catapultavano nel futuro, e la mia testa non era capace di fare previsioni, di andare oltre l'immediato. Non lo è neanche adesso, temo. I numeri, al contrario delle lettere, continuano a farmi paura, e anche gli scacchi. Eppure, leggendo The queen's gambit di Walter Tevis, quasi quattrocento pagine di partite descritte nei minimi dettagli, non ho saltato una sola riga, e non mi sono annoiata neanche per un istante. Ero paralizzata. Per una volta nella vita sono stata dentro una testa completamente diversa dalla mia, una testa prodigiosa, quella di Beth Harmon - otto anni all'inizio del libro e diciotto alla fine- una campionessa senza rivali, un talento innato coltivato tra autodisciplina e ossessione, con scivolate violente nella depressione, nell'alcolismo e nell'abuso di psicofarmaci. Non che ne sappia molto di più adesso, riguardo gli scacchi, anche se ora conosco le espressioni Difesa Siciliana e Variante Bolelavskij e più o meno so a cosa si riferiscono. Quello che mi ha tenuta inchiodata al romanzo è la capacità di Walter Tevis di entrare dritto nella testa di un personaggio e di accompagnarci il lettore. La stessa cosa, mi era successa con quello che è forse  il suo romanzo più famoso, L'uomo che cadde sulla Terra. Entrare nella testa di un alieno, o di una bambina prodigio: meraviglia. E terrore, anche. Perché questo libro parla del prezzo del talento, di ogni talento, parla dell'ossessione che spesso lo accompagna, della distanza incolmabile che separa il detentore di un talento precoce dal resto del mondo: quel talento è il suo rifugio, la sua difesa, ma anche la sua condanna. Beth se lo dice anche, a un certo punto della storia, che nella vita non esistono solo gli scacchi, ma lo sa che non è vero: nella sua vita sì, nella sua vita esistono solo gli scacchi. Sono la prima cosa che le viene in mente la mattina quando si sveglia e l'ultima prima di addormentarsi. Sono il suo modo di stare nel mondo. E tanto vale imparare a starci bene, senza odiarli. Ma è un viaggio lungo, e faticoso, un viaggio pieno di insidie, e soprattutto solitario, perché gli altri possono anche volerti bene e cercare di starti vicino, ma non possono starti dentro. E qualcuno a cui vuoi bene, forse la tua migliore amica, potrà un giorno dirti queste parole: E’ così tanto tempo che sei la migliore in quello che fai che non sai cosa vuol dire essere come il resto di noialtri, e tu saprai che è vero. Come è vero però anche il contrario: voialtri non sapete cosa vuol dire essere come me.

postato da: ghiaccioblu alle ore 10:30 | link | commenti (8)
categorie: libri, diversità
giovedì, 05 luglio 2007


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A Bologna. A casa per tre giorni. (Casa? Leggendo A immaginare una vita ce ne vuole un'altra, di Elena Stancanelli -pagine dedicate a una Roma non ovvia da una scrittura non ovvia- il cuore mi si è stretto e ho avuto spesso la sensazione che ormai casa per me sia più là che qui, nonostante che una vera casa là non ce l'abbia e qui sì...e ho pensato che casa, allora, forse sono le persone che hai voglia di vedere, le strade che hai voglia di attraversare, non che qui non ce ne siano, chiaro, però forse là ce ne sono di più, di persone, e di strade.) Dunque a casa tre giorni, il tempo di fare alcune cose che andavano fatte, incontrare alcune persone che andavano incontrate, e correre al cinema Rialto, sotto casa, a vedere XXY. Asciutto, emozionante, con personaggi che somigliano davvero a persone e non ad astrazioni. Alex ha quindici anni, è un'ermafrodito/a. Che cosa questo significhi esattamente è difficile da spiegare, dato che ogni caso è un caso a sé, diciamo che si tratta di individui che hanno (ometto volontariamente soffrono di) disordini della differenziazione sessuale. E che molto (troppo?) spesso vengono trattati chirurgicamente per definirli dentro il solito schema binario: o maschio o femmina.


Alex, la protagonista di questo film argentino, è una bellissima (perfetta, come la definisce il padre) creatura di quindici anni, e che cos'è di preciso non lo sa. Forse nemmeno vuole saperlo. E' se stessa. Maschio o femmina cosa importa?

Mi ha fatto tornare in mente questa frase di Djuna Barnes, da La foresta della notte:

Noi andiamo ciascuno alla sua casa secondo la nostra natura - e la nostra natura, sia come sia, ci tocca sopportarla....

Io andrei oltre: la nostra natura ci tocca accettarla, comprenderla, imparare ad amarla, sia come sia.

E mi è tornata in mente anche quella bambina che conoscevo così bene, una bambina che si innamorava dei maschi, ma che detestava i vestiti da femmina, i capelli lunghi e giocare alla mammina tra bambolotti e dolciforni e preferiva menare fendenti con le sciabole dei suoi amici, quella bambina che crescendo ha sempre avuto un miglior amico e non una migliore amica, che crescendo ha continuato ad innamorarsi quasi esclusivamente di maschi, ma detestato con passione lo shopping, le scarpe con i tacchi, le movenze da gattina, le serate con le amiche, la lingerie di pizzo e le riviste femminili e non ha mai sognato di trasformarsi in una perfetta sposa e mamma in carriera. Tutto questo, sentendosi costantemente in colpa, costantemente diversa, costantemente giudicata.

Ecco. Per tutti quelli che non sono come altri desidererebbero che fossero. E non si rassegnano a diventare quello che altri vorrebbero farli diventare.



giovedì, 10 maggio 2007

GUMMO, di Harmony Korine. L'inizio.



Xenia, Ohio. Dopo un tornado. Il bambino con le orecchie rosa da coniglio sono io. Prigioniero in un cavalcavia protetto da reti, guarda i camion là sotto, spreca il tempo, che lì non c'è niente da fare, a parte guardare, e aspettare: non ci si può buttare, non si possono lanciare sassi alle auto in corsa, tutto quello che si può fare è lasciar colare sputi, fumare, aggrapparsi alle maglie e dondolare avanti indietro per vedere se il tempo passa. Abitavo in un paese di campagna. Non c'era stato nessun tornado, in pianura. Ma il tornado era dentro la mia testa, nella mia casa. Io lo so cos'è Xenia. Ci sono stata. E non so ancora se di lì si torna mai indietro.

Questo film è del 1997. Come il mio primo libro.(What we don't know about children, l'edizione americana). A settembre, sono dieci anni.
postato da: ghiaccioblu alle ore 21:09 | link | commenti (2)
categorie: libri, cinema, privato, diversità
sabato, 05 maggio 2007



In risposta all'osceno Family-Day, è stata organizzata una Families-night.  Da notarsi il plurale, visto che di "strade", come in tutte le cose della vita, ce ne sono tante: alte, basse, corte, lunghe; semplici, tortuose, dismesse, nuove fiammanti, asfaltate, di ghiaia, terra battuta, ci sono autostrade, superstrade, sentieri di montagna e piste da cammelli. Insomma, sempre strade sono. E ognuno, per arrivare alla sua destinazione dovrebbe poter scegliere quella che gli pare. E meritare comunque attenzione, e rispetto, soprattutto da quelli che hanno il potere di rendere la sua vita migliore, o peggiore.

 FamilyToday