intuttisensi

Chi sono

Blogger: ghiaccioblu
Nome: simona vinci
ghiaccioblu@gmail.com
INTP - "Architect". Greatest precision in thought and language. Can readily discern contradictions and inconsistencies. The world exists primarily to be understood. 3.3% of total population.
Free Jung Personality Test (similar to Myers-Briggs/MBTI)

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
sabato, 17 maggio 2008

Zeroville


copj13.asp

1.

La testa rasata di Vikar è tatuata su un lobo destro e su uno sinistro del cranio. Un lobo è occupato dal primo piano ravvicinato di Elizabeth Taylor e l'altro da quello di Montgomery Clift, i volti che quasi si sfiorano, le labbra che quasi si sfiorano, l'una tra le braccia dell'altro su una terrazza, le due persone più belle nella storia del cinema, lei la versione femminile di lui e lui quella maschile di lei.


Zeroville di Steve Erickson, che ho tradotto con l'ausilio della preziosa consulenza cinematografica di Andrea Bruni, alias Contenebbia, è in libreria.

Dalla mia postfazione, un brano dell'intervista che ho fatto a Steve Erickson:

(....)
A un certo punto del lavoro di traduzione abbiamo pensato che forse includere una lista di tutti i film direttamente o indirettamente citati nel romanzo avrebbe avuto un senso, per i lettori italiani; abbiamo tenuto lì quest’idea, senza però prenderla troppo sul serio, perché c’era anche una spinta che andava nella direzione opposta: Zeroville è un romanzo che parla della potenza del mondo onirico, una potenza capace di deformare la percezione della realtà, chissà, forse anche di plasmarla, e Steve Erickson è uno scrittore che niente ha di didattico. Così, ho pensato di domandarlo a lui, cosa ne pensasse di questo embrione d’idea, e già che c’ero gli ho chiesto anche altre cose. Questa, con qualche taglio, è la lettera che mi ha scritto.

(…) In effetti, a un certo punto, quando il libro stava per essere pubblicato negli Stati Uniti, a qualcuno era venuta l’idea di includere una lista di films alla fine del romanzo. E come giustamente avete sospettato, io ero contrario. Ero contrario perché in fondo, l’elemento più importante di questa storia è il suo protagonista: Vikar, e la sua ossessione per il cinema, che modella la sua visione del mondo e viceversa. E poi, io volevo che il lettore vedesse i films allo stesso modo in cui li vede Vikar, e per Vikar, i titoli non sono importanti. Per Vikar, il Cinema si fonde con la ‘realtà’, e le sale cinematografiche sono come fermate nel suo viaggio attraverso quel mondo. Come indubbiamente saprai anche tu, quello che uno scrittore non rivela è altrettanto importante di quello che invece svela. Quindi vi prego di non includere quella sorta di glossario al quale avevate pensato. Credo fortemente che servirebbe solo a spezzare l’incantesimo del romanzo, e a distruggere la sua aura misteriosa.(…)

Steve Erickson, marzo 2008

Uno stralcio della postfazione di Andrea, qui.

www.steveerickson.org/

postato da: ghiaccioblu alle ore 10:50 | link | commenti (8)
categorie: libri, traduzioni, cinema
domenica, 23 marzo 2008

Germania anno zero


germaniaannozero2
La città è piena di sole davanti al ragazzino che cammina. E’ una città distrutta dalla guerra. Le bombe l’hanno ricamata precise, millimetriche, senza tralasciarne un angolo. Il ragazzino è solo in mezzo alla strada, impegnato in un gioco che tutti i bambini del mondo conoscono da sempre e sempre conosceranno.
Ci sono righe da calpestare e altre da evitare. E’ un disegno preciso, anche se nessun’altro oltre a lui può vederlo.
La città intorno non fa nessun rumore. E’ zitta e soffice da pestare.
Prima è stato un diluvio di esplosioni e schegge che fischiavano tra le case. Sono state gambe e braccia, dita con le unghie pallide e sbrecciate o dipinte di rosso, scarpe e occhiali, borse e libri squadernati che piovevano dal cielo.
Ma adesso è il silenzio la cosa più forte di tutte.
Un salto veloce, uno più lento, gli occhi strizzati per proteggerli dal sole, quasi ciechi, ma le ombre il ragazzino le vede anche così e sono tutte sbagliate.
Se riesce a saltare quattro volte ed  evita di toccare quella crepa con la suola delle scarpe, la città smetterà d’essere vuota e zitta. I muri torneranno su, un mattone alla volta. Se ci riesce, ci saranno nuove stanze, e saranno più grandi di prima e si riempiranno di mobili e cose. La gente uscirà dalle cantine, tornerà dentro i palazzi, sui balconi usciranno un’altra volta i vasi di geranio. Le primule gialle. I canarini.  Le coperte a prendere aria.
Il ragazzino salta tre volte. Un’ombra, una riga, una striscia di luce.
Un gruppo di bambini gioca a pallone e lui tenta un innesto impossibile, un approccio, uno scontro. Il pallone rotola via e nessuno lo insegue.
E’ già troppo grande per giocare con loro.
Ha certe ombre adulte sulla faccia che lo bandiscono per sempre dal mondo dei bambini.
Prima correvano tutti, la strada sfatta era un campo di battaglia costruito apposta per i nani. Adesso se ne vanno. Ed è tutta colpa sua.
La luce gli taglia la strada, il ragazzino deve deviare se non vuole di nuovo  pestare l’ombra sbagliata. Se riesce a non pestarla, il suo vecchio padre risorgerà dal letto bianco, come Lazzaro aprirà gli occhi e si reggerà sulle sue gambe, la lingua tornerà rosa, solleverà le braccia per stringerlo a sé e lui non l’avrà ammazzato.   
Ma questo è tutto un gioco sul futuro. E i giochi sono quello che sono e il futuro è una cosa che non si può toccare, piena di spigoli e di forse.
Quello che c’è, sono strade vuote e polvere e macerie. La fame di tutti. La sua. Le colpe di tutti. La sua.
Il ragazzino sale le scale di un palazzo vuoto come il tronco cavo di un albero spaccato dal fulmine. Il sole entra da feritoie nei muri. Da finestre che sono soltanto quadrati aperti nei mattoni. Dura un’eternità, questa salita.
Il volo finale dura molto meno. Una donna urla. Qualcuno corre. Il silenzio si spezza. La colpa pure.

Non c’è molto. La luce e l’ombra che sono nitide e feroci. Lo sguardo di un ragazzino che ha fatto una cosa tremenda. La pelle bruciata che lascia la guerra sulle città, le cose, le persone.
Basta far camminare un ragazzino dentro una vera città distrutta. Niente set cinematografici, niente costruzioni di cartapesta. Prendere questo ragazzino e farlo camminare. In mezzo alla città, in mezzo alla gente, ma solo, isolato da tutto, con la luce che lo ritaglia e lo fa splendere nella polvere. E poi aspettare. Seguirlo. Aspettare. Assecondare il suo movimento verso un destino che lo insegue, anche se il ragazzino crede di essere lui quello che è a caccia.
Non c’è molto.
C’è tutto.

(2004)
postato da: ghiaccioblu alle ore 09:49 | link | commenti (5)
categorie: cinema, archivio
martedì, 19 febbraio 2008

La vie de Jesus


Mettendo ordine tra decine di files sepolti nel vecchio mac e penne salvadati, ho ritrovato testi scritti nelle- e per le- più svariate occasioni nel corso degli anni. Racconti pubblicati su riviste, recensioni di libri, presentazioni di film, testi per convegni e contributi vari, le tracce di un programma radiofonico di Radio Rai Due, Atlantis, che ho frequentato per un paio d'anni circa una volta al mese. Un po' per volta li metterò tutti qui, in una sezione con la tag Archivio, invece di lasciarli là al buio, in completo silenzio. Nessun ordine cronologico, e nessuna riscrittura, però. Un po' così, a sentimento.


Il primo è questo.


L'Età inquieta di Bruno Dumont

Cineteca di Bologna 28/01/05. Rassegna Gli adolescenti nel cinema. Presentazione del film.

images
La prima cosa che vorrei dirvi riguardo al film che state per vedere è sul titolo: L’età inquieta è la scelta del distributore italiano, ma il titolo originale del film è La vie de Jesus–La vita di Gesù. Il regista stesso ha dichiarato che senza questo titolo il film perde qualcosa. Nella pittura fiamminga Cristo è rappresentato come un contadino, è un uomo del popolo, un uomo come gli altri. Così nel mio film io racconto la storia di un uomo. Un piccolo uomo. La cosa che conta nella vita è riuscire ad innalzarsi dal punto nel quale ci trova. E’ un film molto mistico. I film hanno il potere di toccare qualcosa di misterioso nel corpo, i suoi segreti. Ho inventato questa storia per mostrare che c’è un umanesimo nella Cristianità che in Chiesa, a scuola,  non insegnano, qualcosa che ha a che fare con il potere dell’uomo. L’uomo ha  potere. L’uomo è un essere spiritualmente elevato. E allo stesso tempo  è anche basico, elementare, come Freddie, il protagonista del film.”
Bruno Dumont è nato nel 1958 nella Francia del Nord, nello stesso paesino delle Fiandre che vedrete nel film. E lì che vive ancora oggi e che insegna filosofia. Questo è il suo film d’esordio e risale al 1997. La storia è quella di un gruppo di - ecco, la rassegna nella quale questo titolo è inserito è intitolata Gli adolescenti nel cinema, in realtà, sono costretta a fare una precisazione, ossia che il gruppo di ragazzi –per usare un termine aperto- intorno ai quali ruota la storia del film non sono propriamente adolescenti bensì giovani adulti, vedrete che l’età oscilla tra i sedici diciassette anni, fino ai ventitré ventiquattro, dunque si possono definire adolescenti solo nel caso in cui si scelga di uitlizzare la categoria adolescenza come contenitore nel quale possano entrare i ragazzi che ancora si trovano in quel limbo protratto che raccoglie tutti quelli che stanno a metà tra l’infanzia e l’età adulta. Torniamo alla storia. Questo gruppo di ragazzi vive in una cittadina del Nord della Francia, è estate, nessuno di loro studia, o lavora, passano le giornate a girare in macchina o in motorino per le strade del paese oppure in campagna. Freddie, il protagonista, soffre di epilessia.
Quando ho visto questo film per la prima volta, quattro o cinque anni fa, sono rimasta molto colpita: il film era uscito nel 1997, lo stesso anno nel quale era uscito il mio primo libro, Dei bambini non si sa niente, e nonostante l’età dei protagonisti non fosse la stessa (nel mio libro erano bambini, nel film come abbiamo detto sono giovani adulti) c’erano però delle assonanze incredibili: intanto l’ambientazione: un paese che sembra un paese di morti alla periferia di una grande città, un’estate, e questi ragazzini che passano le giornate a ciondolare, questa noia palpabile, atroce, che lentamente, ma inesorabilmente, si trasforma in tragedia.
E poi l’uso dei corpi, e della natura. Del sesso, crudo e senza fronzoli, quasi animalesco, vero. La messa in scena della violenza. Con uno sguardo che è allo stesso tempo crudele e pietoso. Il paesaggio usato come contrappunto. Un paesaggio che è insieme sfondo e personaggio, immobile come una specie di fondale di cartapesta, e vivo, brulicante di suoni, di insetti. E ancora, il fatto che gli adulti, quelli veri, in questo film sono quasi del tutto assenti, figure inconsistenti, appiattite, senza stimoli, senza emozioni vere, capaci di ripetere soltanto luoghi comuni, banalità, una visione del mondo bigotta e moralista, mai morale.
Chi sono i veri CATTIVI, in questo film? I ragazzi, questi esseri bradi, vicini alla basilarità della natura, questi animali attraversati da rabbie, desideri terra terra ma anche impulsi d’amore, felicità, disperazione, oppure i morti viventi che sono gli adulti, incapaci di ascolto, incapaci di sentire alcunché?
Vedrete che in questo film così poco parlato (strana cosa poi questa per un autore francese contemporaneo) in realtà è carico di suoni, di rumori. Lo spazio è tolto alle voci e dato ai rumori di fondo. I personaggi tra loro parlano pochissimo. E quando parlano accostano frasi insignificanti, elementari, a improvvise riflessioni su questioni assolute come la vita e la morte, l’amore, la felicità, la disperazione, ma non lo fanno mai in un modo che possa suonare fasullo. Il loro linguaggio è il linguaggio basico della gente comune. Questi non sono intellettuali, sono ragazzi di provincia, ignoranti, bradi. Ci sono televisori sempre accesi che vomitano notizie, voci astratte che parlano e parlano e parlano e il loro è un discorso che sembra lontanissimo da quello nel quale si trovano immersi gli abitanti della cittadina. Dice Dumont “ la gente comune non parla molto, ma sperimenta un’intensità incredibile di gioia, emozione, sofferenza. Non parlano, le parole non sono importanti. Quello che conta sono le emozioni.”
Un mondo alienato e amorale che però, in qualsiasi momento può essere sfiorato dalla grazia.
Chi di voi ha visto Pickpocket, o Mouchette, o L’argent, di Bresson capirà immediatamente che i personaggi di quei capolavori sono gli antenati- diciamo gli zii o i nonni-  di Freddie, il protagonista di questo film, e di Bruno Dumont.
Vedrete anche quanto siano importanti i corpi, e le facce: gli attori sono attori non professionisti e appunto per questo, probabilmente, comunicano un’intensità e una fisicità così forte, SONO i personaggi che interpretano.
Vorrei chiudere con una riflessione di Robert Bresson tratta da Note sul cinematografo che dice così:
Farai con gli esseri e le cose della natura- mondati di ogni arte e in particolare dell’arte drammatica,- un’arte.”
E ancora:
La tua macchina da presa traversa i volti, purché una mimica (voluta o non voluta) non si frapponga. Film di cinematografo fatti di movimenti interiori che si vedono.”

28 gennaio 2005




postato da: ghiaccioblu alle ore 20:04 | link | commenti (1)
categorie: cinema, corpo, archivio
mercoledì, 19 dicembre 2007


Ogni storia è scritta sul corpo. Senza corpi, non esistono storie. E ogni corpo racconta la sua. Cicatrici, nei, segni del tempo, segni involontari come esiti di incidenti o di malattie, e segni scelti, come tatuaggi, tagli rituali, bruciature, metamorfosi chirurgiche. Anche cancellate, le tracce di ogni storia scritta su un corpo, da qualche parte, in qualche modo, restano. E la memoria di ciò che siamo stati ce la portiamo addosso. I corpi sono le storie. E questo, David Cronenberg lo sa benissimo. Pelle, sangue, ferite, mutazioni, tutto ciò che esce o può entrare in un corpo umano, non gli hanno mai fatto paura, anzi. Il suo cinema si nutre di rosso: il rosso del sangue vivo, quello livido e violaceo dei tessuti necrotici, quello lieve, appena un accenno, che affiora sotto il biancore della pelle di un neonato. Incredibile come pur raccontando in fondo sempre e ogni volta la medesima ossessione riesca comunque, sempre e ogni volta, ad arrivare così in fondo. Dentro.

Eastern promises (La promessa dell'assassino) di David Cronenberg.

Su D di Repubblica dello scorso sabato - pagine 54-55- un servizio sulle cicatrici del Ruanda. Corpi che raccontano storie terribili, storie che non bisogna smettere di raccontare. 
postato da: ghiaccioblu alle ore 20:56 | link | commenti
categorie: cinema, storie, corpo
giovedì, 01 novembre 2007


placeinthesun                                     Montgomery Clift e Elizabeth Taylor in A place in the sun, di George Stevens


Lui ha la testa rasata a zero, e sul suo cranio c'è un tatuaggio: i volti di Montgomery Clift e Elizabeth Taylor che quasi si sfiorano. Sono su una terrazza e il film è Un posto al sole di George Stevens. Lui parla poco. Lui crede che il Cinema sia Dio. Lui si chiama Vikar, e qualcuno lo chiama 'vicario'. Lui mi costringe a vedere tutti i films americani degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta e inizio Sessanta che non ho visto o che non ricordo più tanto bene. George Stevens, appunto. E Howard Hawks. Robert Aldrich. John Houston. Mi ha ridotta a sognare in bianco e nero. A intercalare i miei discorsi, a sproposito, con le battute di Bette Davis in Now, Voyager. Non ho ancora capito se è buono o cattivo. Se è solo un disadattato o uno psicopatico. Lui mi lega alla sedia, mi intima di tenere gli occhi spalancati sullo schermo del computer. Mi fa dei quiz sadici, raccontandomi scene a metà e pretendendo che io le riconosca al volo: Titolo, regista, anno? Forza, rispondi. Ieri sera l'ho tradito, e con l'inganno sono andata al cinema a vedere Un'altra giovinezza di Francis Ford Coppola. Mi ha fatto sentire in colpa tutto il tempo, il bastardo, anche se come al solito non ha detto niente, si è limitato a guardarmi con la sua faccia truce. Però aveva ragione lui, naturalmente: me ne fossi stata a casa a guardarmi Un bacio e una pistola di Aldrich non mi sarebbe venuta l'acidità di stomaco. E non avrei sognato in babilonese.

Lui, Vikar, è il protagonista del romanzo di Steve Erickson che sto traducendo.

(Per fortuna, da qualche parte c'è il Conte, che nei momenti di ansia da prestazione posso sempre consultare come un'enciclopedia vivente del Cinema di tutti i tempi e di tutte le latitudini.)

postato da: ghiaccioblu alle ore 11:13 | link | commenti
categorie: traduzioni, cinema, privato