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martedì, 17 giugno 2008

Frontiere, e Agota Kristof


Su Repubblica di oggi, un articolo di Giovanni Maria Bellu: Quel cimitero nel canale di Sicilia. "Diecimila annegati in 10 anni: "Secondo i dati dell'Alto Commissariato, a un quinto dei migranti che giungono in Italia via mare vengono riconosciuti l'asilo politico o la protezione umanitaria. Cioè non sono "clandestini". Ma questo lo si scopre nel momento in cui arrivano. Quando i più fortunati possono raccontare la loro storia."

Leggendo questo pezzo, mi è venuto in mente un racconto di Agota Kristof -Casa mia- contenuto nella raccolta di racconti La vendetta, Einaudi L’Arcipelago, e mi sono ricordata che ne avevo scritto per Liberazione. Ecco il pezzo.


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Ne Il grande quaderno, uno dei tre romanzi che compongono La trilogia della città di K di Agota Kristof, i gemelli Lucas e Claus, nei loro esercizi di composizione scrivevano: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti. Era una lezione di scrittura e una lezione di vita. Dura, certo. Forse per molti inaccettabile. Ma quando a 21 anni oltrepassi una Frontiera– che non potrai mai più riattraversare- con una bambina di quattro mesi al collo, per approdare a un luogo nel quale non conosci nessuno e del quale non conosci la lingua, e poi a una fabbrica dove lavori per otto ore al giorno ad assemblare meccanismi di orologi, non c’è molto altro da fare che elaborare una strategia di distanziamento, qualcosa che ti permetta almeno di non andare a pezzi. Non hai più un Paese, né una comunità nella quale riconoscerti: la gran parte degli amici che come te hanno attraversato la Frontiera infatti non reggono, si suicidano, spariscono. Tu resti, resisti. Ma non hai più una lingua. Il mondo parla intorno a te e tu non capisci cosa dice. Nessun libro ti parla, non hai nemmeno questa consolazione. E allora impari a osservare, e a farlo con il maggior distacco possibile. E impari che in fondo, non fa poi tanta differenza: che cosa? Niente. L’amore, l’odio, la speranza, la disperazione, è tutto grigio, tutto uguale. C’est egal è il titolo francese della raccolta di racconti di Agota Kristof che Einaudi manda in libreria con il titolo La vendetta e che non disattendono quella durissima lezione di distanziamento enunciata all’inizio. Scritti negli anni Settanta - prima di dedicarsi a quella che resterà probabilmente l’opera della sua vita, la Trilogia- sono venticinque racconti brevi, secchi, affilati, stralunati, sarcastici. Cinque aggettivi per descrivere un libro, e una scrittura, dai quali gli aggettivi sono banditi. I personaggi di queste 25 storie non hanno nome, non hanno volti delineati, non sono personaggi in senso classico, sono voci, voci dall’esilio. Il tema che lega tutti gli scritti di Agota Kristof d’altra parte è questo, non può essercene un altro, visto che la storia della ragazza che attraversa la frontiera per non fare mai più ritorno nel suo paese d’origine è la sua storia. ( E la scrittrice la racconta in un altro piccolo testo uscito di recente con il titolo L’analfabeta edizioni Casagrande). Esilio, e dunque solitudine, e la sensazione- la certezza- di non avere più una patria in nessun luogo. Lettere che non arrivano, telefonate che arrivano ma ai numeri sbagliati, la nostalgia insanabile per un piccolo paese senza nome, la morte di un operaio, l’attesa di una vita diversa che non arriverà mai. Le storie si svolgono verosimilmente in Svizzera, Paese nel quale la Kristof vive da 40 anni, e i protagonisti potrebbero essere svizzeri, oppure ungheresi, come lei, ma mentre li leggevo, io immaginavo anche rumeni, slavi, albanesi, africani. Immaginavo queste storie di esilio e di distacco e di impossibilità di integrazione vera, profonda,  visualizzando i volti degli stranieri che incontro ogni giorno al supermercato, alla fermata dell’autobus, in treno, i volti delle tante ragazze –slave, sudamericane, africane- che di notte, e sempre più spesso di pomeriggio, affollano i viali delle nostre città, gli snodi delle tangenziali, le strade provinciali. Questo mare infinito di gente che mi vive di fianco e del quale so così poco.

Sarà in questa o in un’altra vita?
Tornerò a casa. (...)
E sotto le mie palpebre, scorreranno le immagini di quel brutto sogno che fu la mia vita.
Ma non mi faranno più male.
Sarò a casa mia, sola, vecchia e felice
(...).”


Liberazione, marzo 2005

postato da: ghiaccioblu alle ore 13:53 | link | commenti (5)
categorie: libri, storie, silenzio, polemica, archivio, migrazione
domenica, 23 marzo 2008

Germania anno zero


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La città è piena di sole davanti al ragazzino che cammina. E’ una città distrutta dalla guerra. Le bombe l’hanno ricamata precise, millimetriche, senza tralasciarne un angolo. Il ragazzino è solo in mezzo alla strada, impegnato in un gioco che tutti i bambini del mondo conoscono da sempre e sempre conosceranno.
Ci sono righe da calpestare e altre da evitare. E’ un disegno preciso, anche se nessun’altro oltre a lui può vederlo.
La città intorno non fa nessun rumore. E’ zitta e soffice da pestare.
Prima è stato un diluvio di esplosioni e schegge che fischiavano tra le case. Sono state gambe e braccia, dita con le unghie pallide e sbrecciate o dipinte di rosso, scarpe e occhiali, borse e libri squadernati che piovevano dal cielo.
Ma adesso è il silenzio la cosa più forte di tutte.
Un salto veloce, uno più lento, gli occhi strizzati per proteggerli dal sole, quasi ciechi, ma le ombre il ragazzino le vede anche così e sono tutte sbagliate.
Se riesce a saltare quattro volte ed  evita di toccare quella crepa con la suola delle scarpe, la città smetterà d’essere vuota e zitta. I muri torneranno su, un mattone alla volta. Se ci riesce, ci saranno nuove stanze, e saranno più grandi di prima e si riempiranno di mobili e cose. La gente uscirà dalle cantine, tornerà dentro i palazzi, sui balconi usciranno un’altra volta i vasi di geranio. Le primule gialle. I canarini.  Le coperte a prendere aria.
Il ragazzino salta tre volte. Un’ombra, una riga, una striscia di luce.
Un gruppo di bambini gioca a pallone e lui tenta un innesto impossibile, un approccio, uno scontro. Il pallone rotola via e nessuno lo insegue.
E’ già troppo grande per giocare con loro.
Ha certe ombre adulte sulla faccia che lo bandiscono per sempre dal mondo dei bambini.
Prima correvano tutti, la strada sfatta era un campo di battaglia costruito apposta per i nani. Adesso se ne vanno. Ed è tutta colpa sua.
La luce gli taglia la strada, il ragazzino deve deviare se non vuole di nuovo  pestare l’ombra sbagliata. Se riesce a non pestarla, il suo vecchio padre risorgerà dal letto bianco, come Lazzaro aprirà gli occhi e si reggerà sulle sue gambe, la lingua tornerà rosa, solleverà le braccia per stringerlo a sé e lui non l’avrà ammazzato.   
Ma questo è tutto un gioco sul futuro. E i giochi sono quello che sono e il futuro è una cosa che non si può toccare, piena di spigoli e di forse.
Quello che c’è, sono strade vuote e polvere e macerie. La fame di tutti. La sua. Le colpe di tutti. La sua.
Il ragazzino sale le scale di un palazzo vuoto come il tronco cavo di un albero spaccato dal fulmine. Il sole entra da feritoie nei muri. Da finestre che sono soltanto quadrati aperti nei mattoni. Dura un’eternità, questa salita.
Il volo finale dura molto meno. Una donna urla. Qualcuno corre. Il silenzio si spezza. La colpa pure.

Non c’è molto. La luce e l’ombra che sono nitide e feroci. Lo sguardo di un ragazzino che ha fatto una cosa tremenda. La pelle bruciata che lascia la guerra sulle città, le cose, le persone.
Basta far camminare un ragazzino dentro una vera città distrutta. Niente set cinematografici, niente costruzioni di cartapesta. Prendere questo ragazzino e farlo camminare. In mezzo alla città, in mezzo alla gente, ma solo, isolato da tutto, con la luce che lo ritaglia e lo fa splendere nella polvere. E poi aspettare. Seguirlo. Aspettare. Assecondare il suo movimento verso un destino che lo insegue, anche se il ragazzino crede di essere lui quello che è a caccia.
Non c’è molto.
C’è tutto.

(2004)
postato da: ghiaccioblu alle ore 09:49 | link | commenti (5)
categorie: cinema, archivio
lunedì, 17 marzo 2008

Sherwood Anderson


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Questa è la storia di un uomo che non è soddisfatto di se stesso e vuole essere un altro. Strano, perché è un uomo che ha tutto. Ha trentasei anni, una bella casa, una bella moglie, tre figli e una ditta di vernici in una cittadina (potrebbe essere il nostro nordest) prospera e laboriosa. Ha fatto un bel po’ di soldi, frequenta la crema dell’ambiente in cui vive, gioca a biliardo in un club per ricconi, è socio del Country Club. Però quest’uomo ha un segreto. Una follia apparentemente innocua: nella sua casa c’è una stanza chiusa a chiave, e la chiave di quella stanza la conserva lui, sempre in tasca. Dentro quella stanza c’è una branda, ci sono due sedie, uno scrittoio, dei libri, nient’altro. Di notte, quando il resto della famiglia dorme sonni tranquilli, l’uomo entra nella stanza, oppure lo fa quando in casa non c’è nessuno, e ci entra con un secchio d’acqua, due stracci, sapone, si spoglia, e la pulisce fino a farla brillare, si fa un bagno e, finalmente, ci si chiude dentro. E cosa fa? Gioca con i soldatini. Oppure scrive.

Leggendo Bene e male nella psicologia analitica di Jung ho sottolineato questo passo: Come l'iniziato in una società segreta che si è liberato della collettività indifferenziata, così l'individuo che sia solo sulla sua strada ha bisogno di un segreto che per varie ragioni non possa o non gi sia consentito rivelare. Un tale segreto lo costringe all'isolamento, nel suo individuale progetto. Solo un segreto che l'individuo non possa tradire- che tema di abbandonare, o che non possa esprimere a parole, e che pertanto sembri appartenere alla categoria delle follie- può impedire il cedimento altrimenti invitabile. (...)

E mi è venuta in mente la storia di quest’uomo, che è- credo- una storia emblematica per moltissimi artisti, e per moltissima gente in generale.
L’uomo in questione era Sherwood Anderson, uno degli scrittori più importanti della letteratura americana d’inizio novecento, maestro di Hemingway e Faulkner, che un giorno decise di abbandonare anche la sua stanza segreta – oltre che ditta di vernici, moglie e figli- per seguire la sua follia di là dal fiume.

Le ultime parole che scrisse alla moglie furono queste:

Cornelia, c’è un ponte su un fiume con davanti delle traversine. Quando arriverò là sarò a posto. Scriverò tutto il giorno sotto il sole e il vento mi soffierà tra i capelli.
                                                                                        Sherwood”

Non so se poi quell’uomo si sia mai sentito veramente ‘a posto’. Certo è che ha scritto dei libri bellissimi. 

postato da: ghiaccioblu alle ore 09:46 | link | commenti (14)
categorie: scrivere, libri, archivio
giovedì, 13 marzo 2008

Uomini di carta e inchiostro- Maigret


JeanGabin
Jean Gabin-Maigret

Maigret sono io... oppure no?

Quando mi è stato chiesto di scegliere un personaggio di romanzo sul quale costruire una lezione, ho pensato subito a Maigret. Anche se mi erano venuti in mente altri personaggi che amo e che oltre ad essere creature di carta sono diventate per me qualcosa di più, Maigret faceva capolino da tutte le parti e cercava di attirare la mia attenzione. Forse perché Maigret non è il classico personaggio da romanzo: estremo, paradigmatico, spesso tragico oppure ironico e comunque sopra le righe, Maigret è diverso, è un uomo come ce ne sono tanti. Un uomo appunto, con vezzi, tic abitudini e caratteristiche così pronunciate che quando si pensa a lui, ai suoi casi, a quei libri nei quali sono raccontati, l’idea, il pensiero, diventano immediatamente qualcosa di tattile, fatto di atmosfere, di odori, colori, sapori, consistenze. Maigret non vive soltanto in duecento trecento pagine (la lunghezza media di un romanzo) , Maigret vive in migliaia e migliaia di pagine, in decine di film per il grande schermo, riduzioni televisive e radiodrammi.

Il suo creatore, George Simenon, ha scritto 75 romanzi che hanno per protagonista Jules Maigret. E un centinaio, forse di più, di racconti. Il primo romanzo risale al 1930 ed è intitolato Pietr il Lettone. L’ultimo, Maigret et Monsieur Charles è del 1972.
1930-1972, sono 42 anni. Una vita. Per 42 anni, forse di più -considerando che un personaggio vive come un fantasma nella testa dell’autore per un bel po’ prima di essere messo sulla carta e continua ad abitarci anche dopo, dopo che l’ultima riga su di lui è stata scritta e pubblicata- Jules Maigret ha camminato a fianco di Georges Simenon, come un’ ombra fedele.
Così, prima ancora di domandarci chi sia questo Jules Maigret, mi piacerebbe ci domandassimo cosa è stato per Georges Simenon il suo personaggio.
Creatura di carta e inchiostro soltanto, no di certo.
Un alter ego, forse.
Una mescolanza di persone realmente incontrate da Simenon. Di sicuro.
Un modo per sbarcare il lunario. Certo.
Un amico e un compagno di vita. Questo, soprattutto.  

Nel capitolo finale di uno straordinario romanzo di Paco Ignacio Taibo II che si intitola Rivoluzionario di passaggio, lo scrittore si rivolge al suo personaggio (che al contrario di Maigret vive solo nella leggenda, nelle cose che si raccontano di lui, nelle tracce che ha lasciato nel continente sudamericano ed oltre, ma che cambia volto e nome per ogni voce che lo racconta) e gli rivolge un saluto:

Allora, sembra che te ne stai andando, che ormai posso allungare ben poco la storia con cui ci siamo fatti compagnia in queste ultime notti. Niente dura in eterno, Sebastian, dico a te e dico alla macchina da scrivere che, abituata ai monologhi, non risponde più.
“Qualche istante prima di svanire, mi rivolgi un sorriso divertito. Stanotte, mentre scrivo a macchina davanti alla finestra, ti ricambio il sorriso.

All’inizio del romanzo Taibo gli aveva scritto anche:

Io faccio molta poesia, a tue spese. Tu fai una passeggiata per le strade acciottolate di Atlixco, a spese mie.

Queste due frasi, dicono molto del rapporto che uno scrittore può intrattenere con il proprio personaggio. Dicono che un personaggio di romanzo non è soltanto un fantasma, un'ombra che si illumina quando è sfiorata e raccolta dalla luce delle parole e delle frasi stampate nero su bianco sopra la carta. Un personaggio di romanzo per lo scrittore esiste davvero. Fa parte delle sue giornate, dei suoi gesti quotidani.
Può durare tre giorni, un anno o una vita quel periodo di tempo nel quale lo scrittore, ad ogni passo che fa, ad ogni luce che vede, ad ogni odore che respira e ad ogni avventura o disavventura che gli capita, si immagina il suo personaggio nella stessa situazione e si domanda, ma lui (o lei, o loro) che farebbe? Ma lui, cosa sentirebbe?
postato da: ghiaccioblu alle ore 10:17 | link | commenti (3)
categorie: scrivere, archivio
giovedì, 28 febbraio 2008

Madre Chiesa- 4 Il Monastero


Viaggio nel Cattolicesimo italiano nell'era Ratzinger: una serie di sette racconti-reportage da sette luoghi italiani dai quali cogliere la realtà di Madre Chiesa. Sono usciti su La Repubblica tra aprile e maggio del 2005. Gli scrittori: Alessandro Baricco, Carlo Lucarelli, Davide Longo, Edoardo Nesi, Emanuele Trevi e Simona Vinci.

Le nere sentinelle sul ponte della fede

tnM1194901692.jpgEstasi di Santa Teresa, G.L. Bernini, particolare


"Pioveva forte l'altro pomeriggio e sono stati qui tante ore a pregare, un gruppo di duecento ragazzi, hanno cominciato la preparazione per andare a Colonia in agosto, alla Giornata Mondiale della Gioventù, per festeggiarla insieme al nuovo Papa, devono esserseli dimenticati loro, questi". La custode del convento Carmelitano di Sassuolo raccoglie da terra un panchetto e un ombrello. E' una signora di mezza età, con un volto aperto da modenese di montagna e una maglia rosso squillante che perfora il cielo bigio di questo pomeriggio di aprile che ha di nuovo una gran voglia di piovere. "Ma allora ne viene tanta di gente? A seguire le lodi e i vespri intendo, o anche a stare un po' qui, so che c'è una foresteria...", le chiedo. La donna sorride, scuote la testa da una parte all'altra: "mocché, non viene mica nessuno...sì certo, vengono quando hanno un mezzo morto in casa, o per farsi passare il mal di pancia...e voi invece, “-guarda me e l’amica che mi accompagna con un’espressione maliziosa: “Siete venute qui a vedere le monache di clausura?”. Ci viene da ridere e allo stesso tempo un po’ ci vergogniamo, perché a dirla così, in effetti sembra proprio che siamo venute  come si va a vedere le scimmie allo zoo. D’altra parte le suore di clausura stanno appunto in clausura- alla presenza di Dio, come recita il logo del Monastero- e il massimo che puoi fare per avvicinarti a loro è ascoltarle mentre cantano lodi e vespri. Ancora, puoi azzardarti a suonare il capanello e cercare di parlarci.
postato da: ghiaccioblu alle ore 11:10 | link | commenti (3)
categorie: archivio