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SABATO 3 MARZO A BOLOGNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE PARTENZA CORTEO:PIAZZA MAGGIORE ORE 14.30
Questo è uno stralcio dall'appello del TPO.
"A Bologna il taglio dei budget per le politiche sociali deciso dalla Giunta Cofferati ha determinato la messa in esercizio di una campagna di deportazione degli immigrati irregolari.
Via il problema, via il costo del problema.
Contestualmente, il CPT di via Mattei è diventata un’utile leva per il controllo del lavoro migrante e per l’abbassamento salariale. Il migrante clandestino è esterno alla contrattazione collettiva ed è oggetto della precarietà più feroce. A Bologna, non solo nei campi di pomodoro di Foggia, è normale per un migrante non essere pagato dietro il ricatto della deportazione in via Mattei. C’è un’oggettiva sinergia tra sfruttamento del lavoro e gestione del CPT: le retate di Polizia e Carabinieri sono tra loro orchestrate e pianificate affinché mensilmente specifiche parti della composizione del lavoro ne siano oggetto.
Anche a Bologna i movimenti combattono il carcere etnico di via Mattei dal 1998: lo hanno invaso, denunciato, letteralmente smontato, hanno sostenuto ed appoggiato le tante fughe di migranti, hanno attaccato la catena logistica della deportazione sabotandone il business, invadendo l’aeroporto, sanzionando le aziende che ne gestiscono l’esercizio ed il catering, invadendo il Tribunale dei Giudici di Pace che convalidano il trattenimento in queste carceri etniche.
A tutti coloro che non hanno smesso di lottare e resistere alla vergogna rappresentata da queste carceri etniche vogliamo proporre di costruire insieme una grande manifestazione nazionale a Bologna il 3 marzo contro lo sfruttamento della precarietà migrante, per un’Europa diversa, sociale e solidale, nella quale ogni donna o uomo abbia diritto ad esistere con dignità indipendentemente dal Paese di origine."
TPO, gennaio 2007
Ho paura della folla, terrore delle manifestazioni e dei cortei. Sabato prossimo le sfido, queste paure.Mi pare il minimo. Spero che vi unirete in tanti e che ci incontreremo a Bologna, in piazza. Anzi, se qualcuno ha già deciso di venire me lo comunichi così ci andiamo insieme.



A Largo Argentina, una donna sta portando a termine un lavoro. Di cosa si tratti esattamente, non lo so. So che è una cosa che va fatta per bene, con pazienza, concentrazione. Ogni singolo sacchetto viene sigillato con metri di nastro adesivo marrone. Un giro dopo l'altro, ciò che sta dentro, nascosto alla vista, viene stretto, pressato, rimpicciolito. Protetto. La gente passa, qualcuno la guarda -pochi-. C'è l' Aedes Fortunae Huiusce Diei -il tempio della fortuna del giorno presente- da guardare, la colonia di gatti beati nell'erba, tra i ruderi dell'area sacra. C'è da attraversare la strada e andare verso Piazza di Spagna, verso il Pantheon. La gente passa. Passano a due a due, in tre, in quattro, a branchi. Io passo da sola. Come sempre più spesso accade. Ogni angolo di questa città mi fa pensare a un giorno presente del passato -no, non è un controsenso-. Qui, penso, ho reincontrato V dopo tanto. Qui ho passeggiato con S. Qui sono passata molte volte per andare da R. Qui, io e T abbiamo cercato un quadrifoglio dentro un'aiuola. Qui, io e K abbiamo constatato che gli orologi -i nostri, quelli dei bar, quelli per strada- segnavano tutti un'ora diversa. Qui, io e C abbiamo mangiato un trancio di pizza ungendoci le dita e parlato dei romanzi che stiamo scrivendo. Questa città, Roma, è incrostata di momenti. Di persone. Di giorni presentipassati. Non sono più libera neanche qui. La corda che ti lega, ti trascina. Mi è venuta in mente questa frase, da un libro di Claudio Magris che ho molto amato, tanto tempo fa, Un altro mare. E avrei voluto dirglielo, a quella donna, dirle che a forza di stringerle, le cose, di trattenerle, legarle a sé, volersele portar dietro a tutti i costi, va a finire che diventano troppe e troppo gravi. Che bisogna scioglierli, i nodi. Non stringerli. Dimenticarsene un po', di roba per strada, mentre si procede. Tenersi dritti nella fortuna del giorno presente, anche se dal fornaio del ghetto il bigliettino per la fila porta stampato il numero 17, e un uomo gentile, dagli occhi azzurri e davvero molto bello, ti ha sorriso e ha detto, a voce bassa: porta sfortuna. Ma io sono fortunata, gli ho risposto. Sempre stata. E non ho paura dei numeri. Solo delle corde, dei nastri isolanti, degli abbracci troppo stretti, degli anelli e delle promesse.
"Io credo che anche il mio stile abituale sia molto distaccato - l'emotività mi fa perdere il controllo sulla scrittura: devo liberarmi di tutte le emozioni prima di sentirmi abbastanza cinico da analizzarle e proiettarle e, per quanto mi riguarda, è una delle leggi per arrivare alla vera tecnica...la mia teoria è che uno scrittore dovrebbe asciugarsi le lacrime e esaurire le risate prima, molto prima di cercare di evocare le stesse emozioni nel suo lettore."
Truman Capote, Intervista con T.C., Minumum Fax
Anche per me è assolutamente così. Quando non ci riesco, e non riesco a porvi rimedio, significa che ho fallito. E accade spesso. Anche per questo, appuntare pensieri, immagini, frammenti su un taccuino, un foglio volante, oppure qui, è una vacanza 'creativa'. Posso permettermi tutta quell'emotività che quando scrivo un romanzo, o un racconto, viene disciplinata e trasformata in qualcosa di 'deliberato, duro e freddo'. Com'è possibile che quando uno scrittore scrive davvero, al tempo stesso scompaia e sia presente con tutto se stesso in ciò che scrive? Come può essere insieme spietato e trasparente? E annullandosi, essere più che mai? Questo, è una specie di koan della scrittura.